L'anima di Stefano Cucchi rivive in un libro: intervista all'autore

A quattro anni dalla morte del 31enne romano, un libro-inchiesta ricostruisce in maniera puntigliosa tutta la vicenda, tra testimonianze accantonate e responsabilità di uno Stato "omertoso". Abbiamo incontrato l'autore

ROMA - Quattro anni senza Stefano Cucchi. Ma il primo con una sentenza che ha condannato i medici dell'ospedale romano Sandro Pertini e assolto infermieri e polizia penitenziaria, e ora anche un libro. Si intitola "Mi cercarono l'anima" (edizioni Altreconomia), scritto da Duccio Facchini. Un libro necessario, scrive Duccio, perché "quella di Stefano era una vita normale, con inciampi, sofferenze e sbagli normali, finita in un modo che normale non è". Abbiamo incontrato l'autore alla presentazione del suo lavoro a Roma.

Perché scrivere un libro su Stefano Cucchi?

Il libro è una drammatica ricerca della verità, attraverso la ricostruzione minuziosa della vicenda. Alla rilevanza mediatica del caso Cucchi, che ha anche contribuito a criminalizzare la vittima per parte di sapienti professionisti in questo campo, non è corrisposta una verità processuale e storica dell'accaduto, nonostante i sospetti fortissimi su quanto avvenuto in una cella di sicurezza del tribunale di Piazzale Clodio. Questo libro nasce per contribuire a ricostruire la verità del caso Cucchi, un caso che questo Paese non può rifiutarsi di approfondire. E non basta certo una sentenza di primo grado che scarica le responsabilità in maniera indefinita e "suggestiva", ma non in maniera definitiva.

Di quali documenti e testimonianze ti sei avvalso?

Prima di tutto ho cercato di ricostruire fedelmente il processo, quindi fino alla sentenza di primo grado. Ed è un passaggio non da poco. In secondo luogo ho esaminato le testimonianze che la Corte d'Assise non ha ritenuto di dover prendere in considerazione, dal nostro punto di vista sbagliando: quella di Samura Yaya, il cittadino gambiano che ha assistito al pestaggio di Stefano nelle celle di sicurezza del tribunale, e quella di Rolando Degli Angioli, medico di Regina Coeli che visitò per secondo Stefano Cucchi, il venerdì dopo il suo arresto, e ne dispose il ricovero immediato per urgenza al Fatebenefratelli, ricovero che avverrà soltanto tre ore dopo. Questa due testimonianze consentono di avere un quadro ben diverso da quello che viene proposto dalla Corte d'Assise.

In quarta di copertina scrivi che la tua è una "ricostruzione dalla parte dei vinti". C'è un vincitore in questa brutta storia, oppure ne escono tutti sconfitti, Stato compreso?

Vincitore da un punto di vista meramente processuale è chi ha commesso quel fatto e non è stato nemmeno indagato, oppure chi si è visto indagato e ne è uscito indenne, non perché il fatto non sussiste ma per non aver commesso il fatto. Dall'altra parte invece ci sono i vinti. Io non credo che lo Stato si possa dire vincitore, tutt'altro. Scrivere "ricostruzione dalla parte dei vinti" significa anche rivendicare la non neutralità del giornalismo: un giornalismo imparziale, oggettivo e basato su dati di fatto, ma anche un giornalismo che non teme di prendere le parti di coloro che in maniera evidente sono quelli che oltre ad aver perso un caro hanno visto e subìto dei comportamenti a dir poco disdicevoli non solo da parte di chi ha commesso il fatto, ma anche di tutto il circo mediatico che ha cercato di definire Stefano Cucchi come un "tossicodipendente che se l'era andata a cercare", "il ragazzo cachettico e sottopeso", il ragazzo che in fondo non ci si può stupire che sia finito così.

Le condizioni delle carceri italiane, la normativa sulle droghe, il reato di tortura: stanno qui le colpe degli apparati statali? E cosa intendi per "omertà istituzionale"?

Ilaria Cucchi ha contato le persone che hanno incontrato Stefano nei sette giorni in cui è rimasto nelle mani dello Stato: ben 150. Nessuno, salvo quei due di cui parlavo prima, hanno trovato il coraggio di raccontare l'accaduto, salvo un florilegio di versioni diverse di uno Stefano che cade dalle scale, che sbatte contro il comodino, che ha litigato con gli amici o che ha fatto il sacco in un allenamento di boxe. Ecco, c'è un'omertà prima di tutto legata a quei giorni. E poi c'è anche un'omertà successiva, mediatica e istituzionale, certo, da parte dei principali personaggi istituzionali di questa vicenda, che hanno deciso di non prendersi le dovute responsabilità nonostante il ruolo ricoperto.

Speri che il tuo libro possa contribuire a sconfiggere questa omertà?

Ritengo che mettere in fila tutte le tappe della vicenda Cucchi possa aiutare prima di tutto la famiglia a veicolare quello che è accaduto. In questo libro abbiamo riportato anche la lettera che l'8 gennaio 2010 l'allora vicesegretario del Pd (Enrico Letta, ndr) scrisse all'allora premier (Silvio Berlusconi, ndr) chiedendo "verità e responsabilità" sul caso Cucchi. Ecco perché voglio segnalare anche una responsabilità istituzionale del governo, non perché debba condurre le indagini, ma perché il governo deve preoccuparsi anche di tutti quei punti che il caso Cucchi affronta in maniera chiara. Penso alla normativa sulle sostanze stupefacenti, alla condizione carceraria, al reato di tortura*.

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* "Molto probabilmente questo governo introdurrà il reato di tortura nel nostro ordinamento", ha detto il senatore Pd Luigi Manconi (presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani in Senato) nel corso della presentazione del libro al teatro Ambra di Roma.

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