Domenica, 24 Gennaio 2021
LAVORO

L'Italia del Jobs Act non è paese per malati

E' successo a una donna a Roma: licenziata perché aveva il cancro e si era assentata da lavoro. Ma lei non è l'unica: sempre di più chi è malato non è tutelato dal proprio contratto di lavoro e chi lo aveva assunto preferisce "scaricarlo"

Simona ha 40 anni ed ha un tumore. Gli ultimi due mesi non li ha passati al lavoro, in un'azienda presso il centro commerciale di Roma Est, ma in ospedale. Quando è tornata a casa ha trovato un telegramma: "Licenziata per 'superamento del periodo di comporto'". Troppe assenze anche e nonostante la malattia.

La sua storia purtroppo non è un caso isolato, come ci racconta l'avvocato Carlo Guglielmi, che da anni si occupa di chi è stato licenziato ingiustamente: "Il nostro codice civile dice che in caso di malattia il rapporto di lavoro deve essere conservato per il tempo previsto dalle norme corporative. Una dicitura che risale al 1942 e negli anni è stata sostituita dalle previsioni dei contratti collettivi nazionali. L'Inps rimborsa il costo del lavoratore malato all'azienda con un tetto massimo di 180 giorni l'anno e le durate massime cambiano in base ai contratti". 

Col tempo la situazione è andata via via peggiorando e il 'comporto' (periodo durante il quale, in caso di assenza per malattia o per infortunio, il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro) è sempre più ridotto: "Un limite che si può prolungare, se il lavoratore ne fa richiesta in tempo per ragioni di salute, per altri 120 giorni - spiega Francesco Iacovone dell'esecutivo nazionale dell'Usb Lavoro privato che ha seguito e denuncia la vicenda - ma quando quel termine è scaduto, Simona si trovava ricoverata per la sua malattia oncologica dopo un intervento". 

Negli anni accordi sindacali e normative hanno modificato e assottigliato il periodo di comporto, anche per contrastare il così detto "assenteismo": "Sotto il cappuccio della lotta all'assenteismo si è di fatto però portata avanti una lotta contro i malati" spiega Guglielmi. "È il prodotto di una società che annulla l'aspetto umano - spiega ancora Iacovone - I lavoratori sono meri strumenti di produzione, al pari di uno scaffale. Il morale, la serenità e la sicurezza economica, in questa malattia, fanno la differenza". 

C'è chi però, impugnando il licenziamento nonostante la malattia, ce l'ha fatta: Patrizia, 52enne di Brindisi impiegata di una multinazionale del settore petrolchimico è stata reintegrata grazie a una petizione e un accordo con la multinazionale. Ma attenzione: non sempre si tratta di una "questione morale": "In effetti le grandi aziende si vergognano: oggi più di ieri è possibile costruire una campagna sindacale e d'opinione. Il massacro tendenzialmente non avviene nelle aziende con alta esposizione. E' un investimento sul brand tenersi il malato grave, perché sennò si rischia un forte danno all'immagine" continua Guglielmi. 


Amici, colleghi e sindacalisti vicini a Simona stanno organizzando diverse iniziative per sostenerla: una di queste è la campagna on-line con l'hashtag #dallapartediSimona. Ma le prospettive per il futuro e per chi verrà assunto nei prossimi due anni non sono le migliori: "La legge Fornero prevedeva dopo il licenziamento per malattia, il reintegro del lavoratore. Ma tutto questo con il Jobs Act scompare e non ci si potrà più ammalare" spiega Guglielmi. Il reintegro verrà sostituito dall'indennizzo: "Se si è assunti da due anni e si viene licenziati perché malati di cancro, si avrà diritto più o meno a un indennizzo pari a quattro mensilità del proprio stipendio e comunque si rimarrà senza lavoro. In un caso del genere come faccio a dire a chi sta combattendo un tumore che tanto ci penserà il mercato? Purtroppo però accade sempre più spesso" conclude Guglielmi. 

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