Venerdì, 22 Gennaio 2021
LAVORO

Licenziato per le troppe assenze: è in cura per un tumore al cervello

Si chiama Vincenzo Giunta e lo scorso anno gli hanno diagnosticato un tumore al cervello. L'azienda per cui lavorava lo ha licenziato per aver superato i 240 giorni di assenze per malattia. I sindacati insorgono ma la legge lo consente

Si chiama Vincenzo Giunta e ha 46 anni. Lo scorso anno gli è stato diagnosticato il tumore al cervello. Oramai sono nove mesi che lotta contro la malattia e lo fa con tutto se stesso. Ma il 3 marzo è arrivata un'altra brutta notizia: è stato licenziato. La ragione riguarda proprio la sua malattia: si è assentato troppo. 

Il 3 marzo 2015 Vincenzo ha ricevuto una lettera di licenziamento dall'azienda dove faceva la guardia giurata. Lui lavorava da sei anni per la Sveviapol Sud srl, che opera a Brindisi (la sua città), Lecce e Taranto e il motivo per cui ha perso il lavoro è per "il superamento del periodo di comporto". In effetti in quella lettera si leggono poi gli articoli del contratto collettivo nazionale che consentono l'allontanamento: “In considerazione delle assenze per malattia dal 20.3.2014 al 24.3.2014, pari a quattro giorni, e dal 16.6.2014 all’1.3.2015, pari a 240 giorni, Le comunichiamo, essendo cessato il Suo diritto alla conservazione del posto di lavoro, la risoluzione del rapporto di lavoro con effetto dalla data di ricezione della presente. Distinti saluti”.

La reazione di Vincenzo c'è stata subito. Spiega a ilfattoquotidiano.it:

Non mi aspettavo un trattamento privilegiato, solo serenità e tranquillità. Ho superato chemioterapia e operazioni, ma questo è davvero troppo


Dal giugno del 2014 (quando gli hanno diagnosticato il tumore al cervello) Vincenzo si è sottoposto a un ciclo di chemio e a diversi interventi, anche in altre città:

In tutto questo periodo l’azienda non si è mai fatta sentire. Tranne a dicembre, quando mi chiamato un tenente per chiedermi quando sarei rientrato. Dopo nove mesi di silenzio. Capite? A breve inizierò un ciclo di radioterapia e avevo già fatto i calcoli: se tutto andrà bene, sarei potuto tornare in servizio a maggio


LA REAZIONE DEL SINDACATO - Dalla parte di Vincenzo si è schierata la Fisascat Cisl: “Stigmatizziamo senza riserva alcuna l’ingiustificabile decisione di licenziare il proprio dipendente reo unicamente di essere stato colpito da un tumore alla testa e di essersi fatto curare, come è nel diritto di ogni persona che dà valore alla propria vita”.

In effetti alcune leggi consentono questo tipo di comportamento da parte delle aziende rispetto ai contratti collettivi nazionali. Superati i 240 giorni di assenza (ovvero il periodo di comporto) si può essere licenziati. Ma quello di Vincenzo è anche un caso clinico unico, visto che la massa tumorale è molto estesa, quindi il comporto dovrebbe ammontare a 300 giorni, da cui andrebbero esclusi i giorni in cui è stato sottoposto alla terapia che lo ha tenuto in vita finora. 

Sul caso di Vincenzo è stata presentata un'interrogazione parlamentare dal deputato di Sel Nicola Fratoianni: "È inaccettabile. Chi tutela i lavoratori, in questi casi? Bisogna aspettare la sentenza di un giudice? E cosa accadrà con il Jobs Act a pieno regime”. 

Fratoianni non ha tutti i torti e i suoi toni accesi sul provvedimento del governo vengono confermati anche dall'avvocato Carlo Gugliemi, che da tempo si occupa di chi è stato licenziato per malattia: "La legge Fornero prevedeva dopo il licenziamento per malattia, il reintegro del lavoratore. Ma tutto questo con il Jobs Act scompare e non ci si potrà più ammalare. Se si è assunti da due anni e si viene licenziati perché malati di cancro, si avrà diritto più o meno a un indennizzo pari a quattro mensilità del proprio stipendio e comunque si rimarrà senza lavoro. In un caso del genere come faccio a dire a chi sta combattendo un tumore che tanto ci penserà il mercato? Purtroppo però accade sempre più spesso" spiega Guglielmi.

SECONDO CASO A BRINDISI - C'è chi però, impugnando il licenziamento nonostante la malattia, ce l'ha fatta: Patrizia, 52enne di Brindisi impiegata di una multinazionale del settore petrolchimico è stata reintegrata grazie a una petizione e un accordo con la multinazionale. Ma attenzione, non sempre si tratta di una "questione morale": "In effetti le grandi aziende si vergognano: oggi più di ieri è possibile costruire una campagna sindacale e d'opinione. Il massacro tendenzialmente non avviene nelle aziende con alta esposizione. E' un investimento sul brand tenersi il malato grave, perché sennò si rischia un forte danno all'immagine" conclude Gugliemi. 

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