Lunedì, 8 Marzo 2021

Le carte dell'indagine sul senatore Lorenzo Cesa

Il patto elettorale tra l'UdC e la 'ndrangheta. Con promesse di appalti in cambio di voti. Ma anche posti di lavoro ai figli rifiutati perché il ragazzo "non parla le lingue straniere". E preferirebbero l'europarlamento...

Un patto elettorale fra uomini dell'UdC ed esponenti della 'ndrangheta è al centro dell'indagine della Dda di Catanzaro chiamata Basso Profilo e in cui sono coinvolte cinquanta persone tra cui il senatore Lorenzo Cesa, segretario dello Scudo Crociato che nel frattempo ha annunciato le dimissioni. Il reato che gli contesta il procuratore Nicola Gratteri è quello di associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso. 

Le carte dell'indagine sul senatore Lorenzo Cesa

Secondo l'accusa, con altre sette persone (Tommaso e Saverio Brutto, Luciano ed Ercole D'Alessandro, Antonio Gallo, Antonino Pirrello e Francesco Talarico) perché "agendo in concorso e d’intesa tra loro, ricoprendo ciascuno di essi un preciso compito, si associavano tra loro al fine di commettere una serie indeterminata di delitti contro la pubblica amministrazione, in particolare tra l’altro turbative d’asta, corruzione e abuso di ufficio (agendo in questo caso nella veste di istigatori)". Cesa, secondo l'accusa, ha assicurato agli altri accusati che avrebbe mosso le sue conoscenze negli enti pubblici e nelle società inhouse per favorire gli indagati. I fatti, precisano le carte dell'indagine, vanno dal 2017 ad oggi. Cesa e Talarico avrebbero salvaguardato così gli interessi delle cosche dell'alto jonio catanzarese, del crotonese e reggine.

Talarico, che è assessore al bilancio in Calabria ed è finito agli arresti domiciliari, avreebbe assicurato appalti per la fornitura di prodotti antinfortunistici negli enti pubblici in cambio di un pacchetto di voti. Il patto viene suggellato in un ristorante di Roma il 7 luglio 2017. "L'auspicio dei soggetti calabresi - scrivono i pubblici ministeri - era di potere approfittare della carica di Parlamentare europeo di Cesa per avere entrature in enti pubblici, per appalti, oltre che per gli investimenti in Albania e comunque nell'est Europa". "Addirittura - scrivono ancora i magistrati - ma questo non è stato riscontrato, Brutto Saverio e Talarico Francesco intendevano remunerare Lorenzo Cesa con una percentuale del 5% sugli affari che grazie ai suoi uffici sarebbero stati agevolati". 

Nelle carte viene nominato anche un altro esponente di primo piano del partito di Cesa, non indagato: uno degli indagati afferma di averlo incontrato a Roma per definire alcuni suoi affari nelle aziende di Stato e in Albania. I pm scrivono che gli elementi di prova raccontano di "un connubio diabolico" tra uomini politici, imprenditori ed esponenti di forze di polizia per "fare affari attraverso attività illecite, quali abuso di ufficio (le cosiddette entrature), turbata libertà degli incanti e corruzione". Ma nelle carte si raccontano anche episodi curiosi, come quello dell'imprenditore che arriva a Roma per chiedere a Cesa un posto di lavoro per il figlio (“un incarico politico a livello di europarlamento dove una volta che tu lo prendi non te lo cacciano più…”) ma poi reputa le due ipotesi avanzate da Talarico - un impiego in aeroporto da 900 euro mensili o un posto da stewart in una compagnia aerea - inadeguate "perché il figlio non parlava lingue straniere".

TALARICO:“lui deve avere un posticino di lavoro... qualcosa in questi aeroporti o altro…”

BRUTTO: Frà no aeroporti abbiamo parlato anche con lui tempo fa.. ma anche come come mensile è una cagata, 900 euro al mese gli danno..una cosa fanno la fame questi che lavorano a questi aeroporti, ma perché?, li pagano poco…

TALARICO: gli fanno fare 30 ore..e poi gli fanno salire e mettere bagagli mettere cose..a meno che non ti metti in una compagnia..allora se fai lo Stewart in una compagnia..

BRUTTO: ma la devi sapere inglese, francese.. non è cazzo di mio figlio…o Fra mentre ecco ti dico, che poi mi dicono che rimangono questi quasi a vita..un incarico anche politico a livello di europarlamento che è così.. dove una volta che tu lo prendi un incarico all’europarlamento poi non te lo cacciano più, se lo scordano… come è questa storia?”.

Nell'ordinanza il procuratore Nicola Gratteri e i sostituti Paolo Sirleo e Veronica Calcagno ricostruiscono i rapporti che hanno inquinato, in Calabria e non solo, appalti ed elezioni politiche mettendo in luce, non solo i membri delle 'ndrine, ma anche i ruoli assunti da imprenditori e alcuni esponenti della politica calabrese e nazionale. "Ho ricevuto un avviso di garanzia su fatti risalenti al 2017”, ha scritto stamattina Cesa in una nota. “Mi ritengo totalmente estraneo, chiederò attraverso i miei legali di essere ascoltato quanto prima dalla procura competente. Come sempre ho piena e totale fiducia nell'operato della magistratura. E data la particolare fase in cui vive il nostro Paese rassegno le mie dimissioni da segretario nazionale come effetto immediato", annuncia.

'ndrangheta e politica: l'indagine Basso Profilo della Dda

Il provvedimento - emesso dal gip del Tribunale di Catanzaro Alfredo Ferraro su richiesta del procuratore capo Nicola Gratteri e dei sostituti procuratore Paolo Sirleo e Veronica Calcagno - ha consentito di assestare  un duro colpo alla 'ndrangheta, 'costituita da un insieme di 'locali' e 'ndrine distaccate e operanti nelle diverse province calabresi e riferite, tra gli altri, a soggetti di caratura 'ndranghetista quali Nicolino Grande Aracri, Giovanni Trapasso, Alfonso Mannolo e Antonio Santo Bagnato'. Il loro coinvolgimento 'non è di poco conto, laddove si consideri che a ognuno di essi corrisponde una sfera di 'competenza territoriale' ben delineata, e ciascuno di loro ha rapporti con Antonio Gallo alias 'il principino', un jolly in grado di rapportarsi con i membri apicali di ciascun gruppo mafioso non in senso occasionale e/o intermittente, bensì in senso organico e continuo'. L'imprenditore ha mostrato, cioè, di essere in grado di interloquire, anche direttamente, con i boss delle cosche, manifestando in tal modo 'una significativa caratura criminale e presupponendo una vera e propria appartenenza alla 'ndrangheta'. La Procura parla del gruppo criminale inquisito come 'coeso, strutturalmente complesso ed altamente organizzato' e il metodo mafioso che l'indagine 'ha cristallizzato' è quello tipizzato dall'art. 416 bis del codice penale. 

Le indagini si sono avvalse di intercettazioni telefoniche e ambientali, ben 266.500 dialoghi ascoltati e trascritti, sostenute da contestuali indagini bancarie e accertamenti patrimoniali: 1.800 i conti correnti esaminati e 388.000 operazioni bancarie ricostruite, per un giro d'affari di circa 250 milioni di euro. Elementi che hanno confermato la mole di dati riferiti dai collaboratori di giustizia e hanno permesso di confermare l'esistenza di un insieme di 'locali' e 'ndrine distaccate e operanti a Ciro' Marina, Cutro, San Leonardo di Cutro, Isola di Capo Rizzuto, Roccabernarda, Mesoraca, Botricello, Sellia, Cropani, Catanzaro e Roccelletta di Borgia. Grazie all'intraneità nella cosca del Grande Aracri, e poi al legame, tra gli altri, con Mario Donato Ferrazzo (del locale di Mesoraca), Domenico Megna (del locale di Papanice), dei maggiorenti delle cosche cirotane, di Antonio Santo Bagnato (del locale di Roccabernarda), l'imprenditore gestiva in regime di sostanziale monopolio la fornitura di prodotti antinfortunistici alle imprese che eseguivano appalti privati nei territori del settore jonico catanzarese.

Gallo, inoltre, si procacciava appalti con enti pubblici anche attraverso l'intimidazione, curava la gestione di società fittizie - nelle quali figuravano prestanomi a lui legati - create allo scopo di incamerare illeciti profitti mediante condotte decettive ai danni dell'Erario e degli enti previdenziali, e si interfacciava con personaggi politici ai quali prometteva pacchetti di voti in cambio di favori per sé e per altri, sia in territorio della provincia catanzarese che in altre realta' territoriali. Sistematica l'evasione delle imposte grazie alle società fittizie che avevano il solo scopo di 'emettere fatture per operazioni inesistenti, ottenerne il pagamento e retrocedere il denaro alle imprese beneficiarie della frode dietro la corresponsione del 11% dell'imponibile indicato nella fattura, affinche' queste ultime potessero ottenere indebiti risparmi d'imposta milionari'. 

Al servizio dell'associazione dedita al riciclaggio, auto riciclaggio e alla frode fiscale anche una impiegata di Poste Italiane che ha permesso la monetizzazione delle somme di denaro agevolando il compimento delle operazioni di prelievo da parte degli associati o dei loro incaricati al prelievo. I componenti della consorteria criminale erano anche in grado di ottenere informazioni sulle operazioni di polizia imminenti attraverso una rete di fonti e connivenze tra le forze dell'ordine. In questo contesto, il ruolo di un luogotenente della guardia di finanza, oggi in pensione, anch'egli raggiunto da misura custodiale, in quanto, ancora in servizio all'epoca dei fatti, con la sua condotta, finalizzata ad ottenere uno stipendio fisso tramite l'assunzione del figlio presso una societa' costituita ad hoc da Antonio Gallo in Albania, forniva notizie sullo stato dell'indagine denominata 'Borderland', avvicinando i colleghi delegati alle indagini, contribuendo a salvaguardare gli interessi dell'imprenditore, di cui conosceva i legami con la compagine associativa di tipo 'ndranghetistico cui era intraneo.

Per gli stessi motivi si muovevano due politici catanzaresi, Tommaso e Saverio Brutto, padre e figlio, l'uno consigliere di minoranza del comune di Catanzaro, l'altro assessore del comune di Simeri Crichi, coinvolti nell'operazione, i quali auspicando ad un guadagno analogo a quello del luogotenente mettevano in contatto quest'ultimo con l'imprenditore delle cosche, attraverso promesse di 'entrature' da realizzare con il contributo del segretario Regionale in Calabria dell'Udc, Franco Talarico, oggi assessore al Bilancio della Regione Calabria che, a sua volta, avrebbe coinvolto un europarlamentare e altri politici nazionali. Talarico, insieme ai due politici locali, guardavano a Gallo come imprenditore di loro riferimento per l'aggiudicazione di grossi appalti per i quali il loro guadagno sarebbe consistito in una provvigione del 5%. Non mancavano le minacce dei vertici verso soggetti ritenuti rei di aver solo pensato ad un eventuale congedo dall'organizzazione. Tra i beni sequestrati figurano 59 società, 45 immobili, 29 autoveicoli di cui 2 Porsche (911 Carrera 4 e Boxter), 77 conti correnti, 24 carte di credito ricaricabili, 1 imbarcazione del tipo Invictus 370, 1 lingotto d'oro e un orologio Rolex.

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