Giovedì, 5 Agosto 2021
Caso chiuso

Marco Vannini: perché Antonio Ciontoli è stato condannato per omicidio volontario

Sono state rese note le motivazioni della sentenza del 3 maggio scorso con cui la Cassazione ha confermato la pena comminata in Appello

Antonio Ciontoli

La condotta di Antonio Ciontoli "fu non solo assolutamente anti doverosa ma caratterizzata da pervicacia e spietatezza, anche nel nascondere quanto realmente accaduto, sicché appare del tutto irragionevole prospettare, come fa la difesa, che egli avesse in cuor suo sperato che Marco Vannini non sarebbe morto". E' quanto scrivono i giudici della Quinta sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso 3 maggio hanno confermato la condanna a 14 anni per Antonio Ciontoli, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale, per la morte di Marco Vannini.

I supremi giudici, rigettando i ricorsi degli imputati, avevano reso definitive la condanna a 9 anni e 4 mesi inflitta lo scorso settembre, al processo d'appello bis, ai due figli di Ciontoli , Martina e Federico e alla moglie Maria Pezzillo, per concorso anomalo in omicidio volontario. "Ciontoli era ben consapevole di aver colpito Marco Vannini con un'arma da fuoco e della distanza minima dalla quale il colpo era stato esploso" si legge nelle carte, ed "era inoltre consapevole che il proiettile era rimasto all'interno del corpo del Vannini, come gli aveva fatto notare anche il figlio Federico dopo il ritrovamento del bossolo". Per questo, scrivono i giudici nelle 62 pagine di motivazioni, "sebbene la ferita avesse smesso di sanguinare dopo essere stata tamponata, egli ha necessariamente immaginato, rappresentandosi e, nonostante ciò accettando il verificarsi dell'evento, che quel proiettile potesse essere causa di una emorragia interna".

Tutti gli imputati peraltro avevano "cognizione che era stato sparato un colpo di pistola, oltre che per il rumore avvertito, pure per il bossolo che Federico Ciontoli rinvenne subito, dandone immediata comunicazione agli altri, come del resto confermato dagli stessi ricorrenti nel corso degli interrogatori".

"Tutti si preoccuparono subito della presenza del proiettile ancora nel corpo di Vannini, tutti ebbero immediata cognizione di tale circostanza - si legge ancora - e tuttavia nessuno si attivò per allertare tempestivamente i soccorsi, fornendo le informazioni necessarie a garantire cure adeguate al ragazzo ospitato nella loro abitazione e che, sino a quella sera, avevano trattato come uno di famiglia". Nelle motivazioni i giudici fanno anche notare che Vannini si era lamentato per il dolore e aveva chiesto aiuto tanto che le sue grida di dolore erano state sentite dai vicini di casa e registrate nelle conversazioni telefoniche con gli operatori del 118.

Il caso di Marco Vannini e la vicenda giudiziaria dall'inizio

Era la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015 quando il giovane Marco Vannini, un ragazzo appena ventenne, trovò la morte in una villetta di Ladispoli, in provincia di Roma, dopo essere stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco sparatogli proprio da Antonio Ciontoli, padre della fidanzata del ragazzo e sottoufficiale della Marina militare. In primo grado Ciontoli venne condannato a 14 anni di carcere, pena poi ridotta a cinque anni in appello con il reato derubricato a omicidio colposo.

Il 7 febbraio del 2020 la Cassazione aveva però accolto la richiesta delle parti civili e del sostituto procuratore generale che al termine della requisitoria aveva chiesto di annullare con rinvio la sentenza d'appello per la famiglia Ciontoli e disporre un nuovo processo per il riconoscimento dell'omicidio volontario con dolo eventuale per la morte del giovane. Processo che è iniziato l'8 luglio dello stesso anno presso la corte d'assise d'Appello a Roma e che poi ha portato il 30 settembre scorso a rideterminare le pene nei confronti degli imputati. La sentenza è stata poi confermata dalla Cassazione lo scorso 3 maggio, oggi i giudici hanno reso pubbliche le motivazioni della loro decisione.

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