Mercoledì, 12 Maggio 2021
Indagini in alto mare

Maria Chindamo: cinque anni fa la misteriosa scomparsa, il corpo non è mai stato trovato

Il prossimo 6 maggio è in programma un presidio davanti ai cancelli dell'azienda agricola di Limbadi, nel vibonese, dove si persero le tracce della 44enne. Le indagini sono ancora in alto mare

Maria Chindamo

Sono passati cinque anni dalla misteriosa scomparsa di Maria Chindamo, l'imprenditrice 44enne di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, di cui non si hanno più notizie dal 6 maggio del 2016. Un caso ancora irrisolto, che proprio per questo non può essere dimenticato. E proprio per riaccendere i riflettori sulla storia dell’imprenditrice e madre di tre figli, le associazioni Libera e Agape hanno organizzato un presidio che si terrà proprio il 6 maggio in contrada Montalto dove si persero le tracce della 44enne e dove molti sospettano sia stata uccisa.

"Il sit-in - affermano gli organizzatori - vuole essere un momento di riflessione, di memoria, ma anche di confronto per consolidare percorsi già intrapresi e costruire nuove progettualità. Vuole essere un momento in cui si ribadisce in maniera collettiva e pubblica che la storia di Maria è la storia di tante cittadine e cittadini che hanno scelto da che parte stare e che esiste una Calabria che rinasce anche da queste storie".  Alla manifestazione prenderanno parte, tra gli altri, il fratello di Maria Chindamo, Vincenzo, seguiranno poi gli interventi di Stefania Paparo presidente regionale di Penelope Italia odv, don Ennio Stamile del coordinamento regionale di Libera, Sabrina Garofalo dell'associazione 'Controlliamo Noi le terre di Maria Chindamo'. Ma le adesioni sono tantissime, a partire da quella della Prefettura di Vibo Valentia, del Capo Centro DIA di Reggio Calabria, dei vertici del Pd regionale e della sottosegretaria di Stato Dalila Nesci.

Il caso di Maria Chindamo

Cinque anni di indagini e misteri e nessun colpevole. Che cosa accadde quel giorno? Maria Chindamo viveva con la famiglia a Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria, ma a Limbadi andava spesso perché da qualche tempo gestiva l’azienda agricola di famiglia. La mattina del 6 maggio 2016 il suo fuoristrada venne trovato abbandonato davanti al cancello ancora chiuso della sua proprietà. A bordo dell'auto c'erano delle tracce di sangue, ma Maria non c'era. Di lei non si seppe più nulla. Per gli inquirenti ci sono pochi dubbi sul fatto che la 44enne sia stata uccisa, ma il corpo non è mai stato ritrovato. E anche sul possibile movente le indagini non sono riuscite a fare chiarezza. Un anno esatto prima della scomparsa di Chindamo, il 6 maggio 2015, il marito della donna, Ferdinando Puntuniero, si era tolto la vita, impiccandosi, dopo che la coppia aveva deciso di separarsi. Qualcuno ha ipotizzato che la data scelta per porre fine alla vita dell'imprenditrice sarebbe stata un depistaggio per indirizzare altrove le indagini e collegarle alla morte del marito. Ma non è neppure escluso che si tratti di una semplice coincidenza.

Le indagini

A gennaio un collaboratore di giustizia, ex componente del clan dei Basilischi, in Basilicata, ha rivelato alla Dda di Catanzaro che l’imprenditrice sarebbe stata uccisa ed il suo corpo dato in pasto ai maiali o macinato con un trattore. Il pentito avrebbe tirato in ballo anche Salvatore Ascone, vicino di casa di Chindamo, che stando alla versione del collaboratore di giustizia aveva messo gli occhi sui terreni della 44enne che però non avrebbe voluto cederglieli. Ma si tratta di una ricostruzione non suffragata da prove. 

Tanto è vero che Ascone, arrestato su richiesta della procura di Vibo Valentia nel luglio del 2019 perché sospettato di essere coinvolto nel sequestro delle donna, era stato rilasciato quasi subito. Ascone venne sospettato in particolare di aver manomesso le telecamere installate nel cancello dell'abitazione di Maria Chindamo quando fu aggredita e sequestrata. Ma per i giudici del Riesame non c'è alcuna prova che questo sia avvenuto. E qualche mese fa la stessa Corte di Cassazione, prima Sezione penale, ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Catanzaro che aveva impugnato il provvedimento di scarcerazione. In seguito alla pronuncia della Cassazione, gli avvocati dell'uomo, Francesco Sabatino e Salvatore Staiano, avevano ribadito "l’estraneità ai fatti del nostro assistito che ha sempre rivendicato la sua innocenza, rimanendo tuttavia destinatario di una inaccettabile attacco mediatico denigratorio". Insomma, mancano le prove. E le indagini sono ancora in alto mare. 

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