Giovedì, 29 Ottobre 2020

Così gli italiani sono stati frodati sulle mascherine

Le inchieste per frode in commercio sui dispositivi di protezione. Pagati dieci o cento volte più del loro valore. Per lo Stato danni milionari

Ci sono quattro inchieste aperte dalla procura di Roma e una decina di persone attualmente indagate per frode in commercio in relazione alle forniture di mascherine prima e dopo l'emergenza coronavirus. Milioni di dispositivi di protezione individuale sono stati immessi sul mercato italiano senza certificazione oppure sono stati pagati da 10 a 100 volte più del valore reale, provocando esborsi da parte dello Stato per centinaia di milioni di euro. 

Le frodi in commercio sulle mascherine

Il Corriere della Sera spiega oggi che l’Agenzia delle Dogane ha sequestrato 4,8 milioni di mascherine, 26 milioni di guanti, 65800 dispositivi per la terapia intensiva, 86 mila confezioni di alcool, 216 mila tute, più di 47 mila occhiali: sono tutti prodotti non conformi alle norme e la maggior parte pure con una certificazione fasulla. Secondo i pm intere partite sarebbero state reperite con finte fideiussioni, mentre alcuni mediatori hanno chiesto milioni per mettere in contatto gli enti locali con fornitori stranieri inesistenti. Alcuni sono indagati perché hanno portato materiale differente da quello acquistato.

Tra le inchieste c'è quella che riguarda la Only Italia Logistic Srl, azienda che vede tra i proprietari anche l'ex presidente della Camera Irene Pivetti. La Only Italia Logistic Srl ha incassato 23 milioni di euro per la vendita di 10 milioni di mascherine Ffp2 destinate ad ospedali ed operatori della Protezione Civile, ma quei dispositivi «non rispondevano alle caratteristiche minime pattuite». Quei dispositivi, è l’ipotesi degli inquirenti, farebbero parte del maxi carico di mascherine che a marzo la Only Italia Logistics ha importato dalla Cina per conto della Protezione Civile, salvo poi scoprire che le certificazioni Inail erano cambiate e che, dunque, non erano ritenute a norma per essere distribuite, commercializzate e utilizzate sul territorio italiano.

Nonostante lo stop, però, quelle mascherine erano già finite negli scaffali delle farmacie e in alcune strutture sanitarie. Sul caso ha aperto un fascicolo anche la Corte dei Conti. Sulla società della Pivetti per il caso mascherine sono state avviate indagini anche a Savona e Siracusa. Oggi a Roma indaga un gruppo di magistrati guidati da Paolo Ielo e l'indagine mira ad appurare anche se all'interno delle amministrazioni ci siano stati funzionari che hanno favorito la stipula di accordi e la firma su appalti in maniera irregolare. 

La maxi-inchiesta sulle mascherine per i costi gonfiati
 

Il quotidiano spiega che sin dalla fine di febbraio scorso era apparso chiaro quanto il reperimento di mascherine potesse trasformarsi in una svolta economica perle aziende, ma pure per gli intermediari:

Così, mentre alcune società chiedevano al ministero della Salute il via libera per riconvertire la propria attività, altri si concentravano sui contatti con ditte estere, soprattutto cinesi. E si affidavano a mediatori per riuscire ad aggiudicarsi le forniture. Alcuni sono stati indagati per aver preteso milioni di euro per favorire il contatto che in realtà si è rivelato inesistente.

Altri si sono adoperati per far elargire fideiussioni oppure polizze a garanzia agli enti pubblici — è il caso delle mascherine vendute alla Regione Lazio — che si sono poi rivelate false. Il caso più eclatante agli inizi di aprile ha portato all’arresto di un imprenditore che si era aggiudicato una gara Consip da 253 milioni di euro per 24 milioni di mascherine che dovevano essere consegnate entro tre giorni e invece non esistevano.

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Alcuni imprenditori hanno fornito mascherine filtranti (quelle di stoffa) non conformi però ai dettami delle strutture sanitarie. Altri, conclude il quotidiano, sono stati indagati perché hanno consegnato prodotti differenti da quelli acquistati, nonostante ne avessero garantito la funzionalità. 

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