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Mercoledì, 26 Gennaio 2022
La sentenza di primo grado / Vibo Valentia

Matteo Vinci, ucciso con una bomba in auto perché non ha voluto cedere i suoi terreni

La storia di uno degli attentati più efferati consumati in Italia negli ultimi anni. E un primo verdetto giudiziario: due ergastoli ai presunti mandanti

Limbadi, piccolo comune in provincia di Vibo Valentia. È il 9 aprile 2018, pieno giorno. Matteo Vinci, biologo calabrese di 42 anni, è in auto su una stradina di campagna insieme al papà 70enne Francesco, di ritorno dal loro appezzamento di terreno. Conoscono benissimo quei luoghi: la famiglia Vinci abita proprio lì vicino. Non sanno però che qualcuno ha piazzato una bomba nel vano portabagagli del loro veicolo. L'auto esplode, dopo qualche minuto è ridotta a un ammasso di ferraglia annerita. Matteo Vinci muore all'istante, mentre suo padre riesce miracolosamente a salvarsi ma riporta profonde ustioni. I primi soccorritori arrivati sul posto pensano all'esplosione di una bombola gpl e quindi ad una disgrazia. Poco dopo, gli approfondimenti delle indagini fanno emergere qualcosa di diverso. Ben più inquietante.

L'omicidio di Matteo Vinci e l'ergastolo ai presunti mandanti

Chi ha ideato e messo in pratica uno degli attentati più efferati consumati in Italia negli ultimi anni? Si è trattato di una sorta di punizione, terribile, perché la famiglia di Matteo Vinci non si era mai piegata alle richieste dei potenti vicini di casa, imparentati con una cosca di 'ndrangheta, rifiutando di cedere loro alcuni terreni. Questo, secondo l'accusa, il movente dietro quell'esplosione. Sono due gli ergastoli per i presunti mandanti dell'omicidio del biologo e del tentato omicidio del genitore.

La Corte d'Assise di Catanzaro, presieduta da Alessandro Bravin, ha escluso l'aggravante mafiosa e assolto gli imputati per i reati di estorsione e usura, ma ha condannato al carcere a vita Rosaria Mancuso, 66 anni, e il genero Vito Barbara, 31enne. Per quest'ultimo la Corte ha disposto anche l'isolamento diurno per un anno. La Mancuso ha assistito alla lettura della sentenza in collegamento dal carcere. Sorella dei boss Giuseppe, Diego, Francesco e Pantaleone Mancuso, è considerata dagli inquirenti la "regista" dell'omicidio.

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Si tratta del primo verdetto giudiziario sul caso su cui ha indagato la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri. L'omicidio, per l'accusa, era diretto a punire la famiglia Vinci che non voleva cedere alcuni terreni ai confinanti Di Grillo-Mancuso, imparentati con la cosca di 'ndrangheta di Limbadi. Su quella terra di loro proprietà, i vicini avevano messo gli occhi da tempo. Matteo Vinci, il padre Francesco e la madre Rosaria Scarpulla non avevano abbassato la testa davanti alla richiesta dei Mancuso, arrestati nell'estate di tre anni fa nell'operazione "Demetra" di Dda e carabinieri. 

Oltre ai due ergastoli, i giudici della Corte d'Assise di Catanzaro hanno condannato a dieci anni di reclusione anche Domenico Di Grillo, marito 73enne di Rosaria Mancuso, per il tentato omicidio di Francesco Vinci attraverso un brutale pestaggio avvenuto l'anno precedente alla bomba. Il motivo, secondo gli inquirenti, era sempre lo stesso: convincerlo a cedergli il terreno di sua proprietà. L'uomo finì in rianimazione.

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Le vessazioni e le violenze andavano avanti da anni, secondo l'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia. Tre anni e sei mesi di carcere sono stati inflitti a Lucia Di Grillo, di 31 anni, figlia di Domenico Di Grillo e Rosaria Mancuso e moglie di Vito Barbara. La donna è accusata, insieme agli altri familiari, di lesioni personali nei confronti di Francesco Vinci e di sua moglie Rosaria Scarpulla, per un'aggressione avvenuta nel 2014 e che, secondo l'accusa, costituisce uno dei tanti episodi di aggressione che i Vinci hanno subìto da parte dei Mancuso-Di Grillo. 

Per quanto riguarda i presunti esecutori materiali del delitto, è in corso il processo con rito abbreviato che vede imputate due persone assoldate, secondo l'accusa, per piazzare l'ordigno nell'auto dei Vinci. I due coniugi Vinci si sono costituiti parte civile nel processo contro la famiglia Mancuso-Di Grillo che è stata condannata anche a un risarcimento di 150mila euro. Erano gli unici, perché nessuna istituzione si è costituita parte civile al fianco dei familiari della vittima. "Nessuno ha vinto in questa vicenda. Anche mio figlio ha l’ergastolo a vita", ha commentato in aula la madre di Matteo Vinci, Rosaria Scarpulla, che si è commossa dopo la lettura della sentenza.

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