Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca Crotone

Cibo, soldi e degrado: "Così i clan si arricchiscono con i migranti"

Il caso del Cara di Isola Capo Rizzuto ha portato alla luce una realtà sconvolgente. Pino De Lucia, fondatore dell'Agorà Kroton, ci ha spiegato come funziona l'accoglienza e come si trasforma in un “bancomat” per la 'Ndrangheta

Un'immagine d'archivio del centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto (Crotone). ANSA/ CLEMENTE ANGOTTI

“Benvenuti a Isola Capo Rizzuto, città del sole e dell'accoglienza”: questa è la scritta che campeggia all'ingresso del Comune calabrese che, da quanto si evince dall'inchiesta sul Cara che ha portato all'arresto di 68 persone, sembra essere molto lontana dalla realtà. 

Al centro della bufera è finito il centro per l'accoglienza che ospitava oltre 300 migranti, persone in fuga da vita fatta di terrore e povertà, che invece di trovare sostegno e aiuto nel nostro Paese, si sono ritrovate in un incubo fatto di degrado e sfruttamento. Un sistema malato che, secondo gli investigatori, portava ingenti somme di denaro non soltanto nelle tasche del clan della 'Ndrangheta Arena, ma anche in quelle del centro Misericordia e di don Edoardo Scordio, parroco della Chiesa di Maria Assunta.

Ma cosa si nasconde dietro questo sistema malato che trasforma i centri d'accoglienza in veri e propri “bancomat” per cosche e altre organizzazioni criminali?Per  rispondere a questa ed altre domande abbiamo chiamato in causa Pino De Lucia, fondatore ed ex presidente dell'Agorà Kroton e responsabile della Lega Coop Calabria per l'immigrazione, un uomo con un'esperienza ventennale alle spalle, che conosce bene le dinamiche che si celano dietro l'accoglienza dei migranti e non solo. 

“Il malaffare si può nascondere ovunque – dice De Lucia – un uomo disonesto può anche essere parroco o un governatore, ma sono i numeri a fare la differenza. Quando in un centro ci sono 10-15 migranti la gestione è limpida e può essere fatta in maniera legale. Quando parliamo di 200-300 ospiti le somme di denaro aumentano vertiginosamente ed è lì che i criminali vanno ad inserirsi per sfruttare la sofferenza delle persone e trasformarla in un introito illecito”. 

La differenza tra un Cara gestito in maniera legale e quelli in 'stile Isola' consiste soprattutto nel modo in cui vengono trattati i migranti: “Non basta soltanto fornire un pasto e un tetto – continua De Lucia - dietro c'è un grosso lavoro che ha l'obiettivo di inserire queste persone nel nuovo contesto in cui si trovano, insegnando loro la nostra cultura e sfruttando la loro preparazione in vista di un ingresso nel mondo del lavoro. Non arrivano soltanto contadini, ma anche persone laureate o con conoscenze molto tecniche”. 

Ma allora come nascono questi “Cara da incubo”? “Spesso la colpa è anche dei politici locali – afferma De Lucia – che per 'piazzare' amici e parenti consigliano di creare cooperative, molte volte illecite, che possano sfruttare l'opportunità provenienti dall'arrivo dei migranti”.

Si parla di un giro d'affari di centinaia di milioni di euro per il Cara di Isola Capo Rizzuto, denaro che arrivava soprattutto dal catering, ma non solo. “Uno dei principali modi di lucrare è quello sui pasti. Se un centro accoglienza  fattura cibo per 300 persone e poi ne utilizza soltanto la metà, ecco che arrivano i guadagni”. Sulla qualità del cibo “alquanto scadente”, De Lucia è stato sincero dicendo che spesso “neanche lui avrebbe voluto mangiare il pasto propinato dal catering”, a volte maleodorante e trasportato in contenitori di plastica che ne alteravano consistenza e sapore.

 A Isola c'era anche una diversa gestione dei Pocket Money, i soldi versati ai migranti per vivere: “Lì avevano una card in cui ogni giorno venivano caricati 2,50 euro, ma queste carte potevano essere utilizzate soltanto all'interno del centro, facendo sì che i soldi erogati agli ospiti tornassero dritti nelle casse del Cara e dei suoi gestori criminali”. 

Quando il fondatore dell'Agorà Kroton si è trovato a visitare il Cara di Isola Capo Rizzuto ha potuto assistere a scene sconcertanti: “I migranti sembravano abbandonati a se stessi, frugavano nei rifiuti per cercare degli abiti e improvvisavano dei mercatini dell'usato. Addirittura avevano istituito un infopoint fatto da loro, tanto per far capire il modo in cui venivano considerati dalle persone che avrebbero dovuto aiutarli”.

“Per lunghi periodi vivevano in 7-8 dentro dei container senza alcun tipo di comodità, ma nell'ultimo periodo qualcosa stava cambiando. Forse il clan che gestiva il centro aveva avuto qualche notizia su dei possibili controlli”. 
Già, i controlli. Come è possibile che situazioni di questo genere vadano avanti per lunghi periodi nonostante le verifiche? “In teoria esistono due livelli di controllo – ha risposto De Lucia – uno sul territorio e uno da Roma, ma per eluderli viene sfruttata una sola parolina magica: emergenza. Grazie a questo escamotage i centri come quello di Isola possono accogliere grandi numeri di migranti, contando anche donne incinte e bambini, che non dovrebbero essere ospitati in simili condizioni. Poi, quando c'è emergenza, i controlli saltano o vengono fatti in maniera sommaria ed è qui che nascono i casi come quello salito agli onori della cronaca negli ultimi giorni”. 

“Soltanto grazie ai controlli e alle intercettazioni della Finanza è possibile scovare situazioni come questa, quando uno fattura 5mila euro l'anno e poi ha la barca e la Porsche, vuol dire che qualcosa non quadra”, ha aggiunto De Lucia. 

Come spiegato dal presidente dell'unità Anticorruzione Cantone, uno dei tanti problemi nasce proprio dai bandi unici, che sembrano fatti ad hoc per favorire le speculazione: “Sono d'accordo con il magistrato Cantone – ha commentato Pino De Lucia – bisogna istituire bandi singoli per ogni servizio, così da smistare il denaro in maniera separata. La soluzione migliore sarebbe quella di accreditare le strutture idonee, in modo da tagliare fuori le cooperative illegali o di facciata. In questa maniera soltanto i centri che dimostrano di lavorare in modo lecito avrebbero l'abilitazione e la possibilità di ricevere fondi da utilizzare per l'accoglienza ai migranti”.

Se è vero che sono sempre le persone disoneste a trasformare questi centri in “bancomat”, c'è anche da aggiungere che la Calabria vive una condizione particolare a causa della presenza della 'Ndrangheta: “Qui è ovunque – ha affermato De Lucia – è l'occhio che ti guarda da dietro al finestra, che sa tutto di tutti, un paraStato più facile da raggiungere dello Stato stesso. Ci vuole tanto coraggio per combatterla, a noi hanno bruciato tutti i furgoncini e adesso non ne possediamo neanche uno. Sulla porta di casa mia è stata incisa la scritta 'Devi morire', ma questo non mi ha fermato”. 

La ricetta per la giusta gestione di De Lucia è chiara e non ammette speculazioni: “Servono centri piccoli e di facile gestione, noi abbiamo il dovere di impegnarci per far integrare queste persone, facendole andare a scuola e facendo conoscere loro il nostro Paese. E' un lavoro duro e in cui si guadagna poco, ma alla fine il più grande giudice è lo specchio in cui ci guardiamo tutte le mattine”. 

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