Domenica, 7 Marzo 2021

Migranti, ecco perché annunciare "blocchi degli arrivi" è inverosimile

Il tema immigrazione è presente nell'accordo Lega-M5s, e Salvini ha promesso da tempo al suo elettorato una linea durissima. Ma il viceministro uscente degli Esteri Mario Giro avverte: "La soluzione può solo venire da una seria negoziazione con gli africani"

Un momento degli aiuti ad un barcone che si è rivoltato al largo della Libia, soccorso dalla Guardia Costiera italiana e dalla ong catalana Activa Open Arms, in una foto postata sul profilo Twitter dell'associazione. 23 aprile 2018.

"Annunciare blocchi" degli arrivi dei migranti "è inverosimile. E se con la Libia "il lavoro fatto sta dando i suoi frutti", la soluzione può solo venire da una "seria negoziazione con gli africani". Così il viceministro degli Esteri Mario Giro fotografa il quadro di quanto fatto e di quanto resta da fare sulla questione migranti. Giunto all'ultimo miglio del suo mandato svolto con i governi Renzi e Gentiloni- e concentrato sull'Africa proprio come origine e possibile soluzione del problema - in una intervista ad Askanews Giro ha illustrato una situazione libica certo migliorata, ma ancora molto complessa: "E' a pelle di leopardo, la Libia. Però tutto il lavoro sotterraneo fatto dall'Italia è quello di tenere tutti i soggetti che controllano pezzi del territorio calmi nel loro pezzo, in attesa che si crei il momento magico della ripresa del negoziato che già ci fu. Che noi auspichiamo".

Il tema immigrazione è presente nell'accordo Lega-M5s, e Salvini ha promesso da tempo al suo elettorato una linea durissima, tra rimpatri ed espulsioni. Ma tra gli slogan da campagna elettorale e la realtà c'è un divario notevole.

Sbarchi, come stanno davvwero le cose

Qual è la situazione reale sul calo degli sbarchi? "Da una parte - spiega Giro - sicuramente il lavoro fatto in Libia ha dato i suoi frutti, prima di tutto per la Libia stessa, perché era diventato un Paese senza stato, lo è, e quindi è una porta aperta. D'altra parte stanno dando frutto gli accordi e anche il negoziato continuo che c'è con i Paesi d'origine di questi migranti e con i Paesi di transito diversi dalla Libia, come il Niger per esempio. E' tutta una costruzione che nasce molto più a Sud della Libia e non è solo una questione che riguarda la Libia. Noi riteniamo che la gestione delle migrazioni e dei flussi dipenda da una seria negoziazione insieme agli africani: non si può non farla. Quindi annunciare i blocchi è inverosimile e naturalmente dobbiamo seguire anche quello che succede in Africa. In questo momento in Africa ci sono delle situazioni più stabili di prima: dobbiamo tenere conto che il Nord del Mali ha avuto dei problemi e li ha ancora, il Niger ha i suoi problemi meno gravi, c'è l'attacco del terrorismo sulla fascia saheliana. Tutto questo provoca degli spostamenti di popolazione e di conseguenza la gente si raduna in città. Ed è dalle città che decide l'avventura migratoria".

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Chi decide di partire

Ma chi è che decide di partire? Chi sono i migranti? "C'è una specie di rivoluzione dell'io che è avvenuta anche in Africa: i giovani decidono da soli. C'è un cambiamento antropologico in atto e con questi giovani noi dobbiamo lavorare - dice il viceministro - Perché non è più la migrazione come 10 o 20 anni fa basata sulle esigenze di povertà e sviluppo, questa è basata su esigenze diverse, anche di andare all'avventura per cercare di strappare la mia parte delle opportunità che offre la globalizzazione".

Centri di raccolta o di schiavitù in Libia?

Le condizioni dei migranti trattenuti nei centri di raccolta spesso sconfinano nella schiavitù, nel non rispetto dei diritti umani. Il viceministro non lo nega: "Anch'io ho fatto queste critiche, le ho fatte dall'interno del governo, tant'è che il presidente del Consiglio si è pure arrabbiato, lo scorso agosto. Però effettivamente è un problema, noi non possiamo mettere solamente un muro ma (dobbiamo) pensare anche al futuro di questa gente, in particolare di quelli rimasti in Libia. Laddove c'è lo schiavismo, che era endemico nell'area perché non c'era lo stato, nei secoli passati. Anche sotto Gheddafi non è che fosse molto meglio, ma adesso è fuori controllo. Quindi un conto è negoziare con il Niger, un conto con il Mali, con il Burkina Faso, con la Costa d'Avorio, il Senegal, la Nigeria, la Guinea, un conto è la Libia e questa gente che sta nei centri.

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"Da una parte abbiamo cercato di rispondere a questa esigenza di diritti umani, l'Italia non può non tenerne conto - qualunque governo non può non farlo - aiutando la gente che sta nei centri a non morirci. Quindi le ong ci sono andate: non tutte, perché non tutte sono d'accordo, ma io sono dell'idea che comunque quel poco che si può fare si faccia. Poi però bisogna superare i centri svuotandoli. Qui c'è stato l'accordo, preso ad Abidjan durante il vertice Unione Africana-Unione Europea, e in effetti oltre 25mila persone sono uscite dai centri per tornare nei Paesi d'origine. Quindi, noi stiamo svuotando i centri: naturalmente non si sa quanti sono quelli illegali, noi stiamo svuotando quelli conosciuti ma ci sono anche quelli illegali. Poi (ci sono) soprattutto fenomeni di schiavitù e di vendita degli schiavi - abbiamo visto le immagini della Cnn - a sud, dove la situazione è molto più frastagliata e anarchica e dove comandano le milizie a volte senza leader, che sono a metà strada tra il terrorismo, il banditismo e il 'trafficantismo', e quindi sono dei soggetti difficili da gestire". 

Le tensioni in Libia sono irrisolte

L'Italia ha contribuito alla stabilizzazione della Libia: ma è una vera stabilizzazione? Che rapporti ci sono oggi tra il governo di al Sarraj che sta a Tripoli e per esempio il generale Haftar che sta in Cirenaica? Lo stesso Giro ammette che la situazione è molto complessa.

Per metà italiani i migranti sono un problema

"I rapporti non sono buoni, ma almeno entrambi hanno capito, soprattutto Haftar, che non possono pretender di illudersi di governare la Libia da soli. In questo momento com'è la situazione? E' a metà strada, tra un accordo definitivo e la situazione anarchica di prima - spiega il viceministro Giro - Al Sarraj, Haftar e tutti gli altri 150 soggetti circa - militari o armati che ci sono - si sono ormai resi conto che non possono approfittare dell'anarchia per immaginarsi loro unici leader; bisogna che si mettano un giorno o l'altro intorno a un tavolo e intanto noi cerchiamo di tenere bassa la tensione, in modo che i libici possano continuare a vivere nelle loro città e non si crei l'onda dei libici che scappano. Ci sono delle situazioni difficili, come a Derna, ogni tanto a Tripoli ci sono degli attentati, Haftar è stato male il che non è buona notiziaàperché se Haftar scompare improvvisamente, chi prenderà il suo posto? E' a pelle di leopardo, la Libia. Però tutto il lavoro sotterraneo fatto dall'Italia è quello di tenere tutti i soggetti che controllano pezzi del territorio calmi nel loro pezzo, in attesa che si crei il momento magico della ripresa del negoziato che già ci fu. Che noi auspichiamo. In altre parole, tra l'anarchia e l'accordo, la ricostituzione dello Stato, non è che non c'è niente da fare: si possono fare pezzettini e soprattutto tenere bassa la tensione".

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