Mercoledì, 14 Aprile 2021
Immigrazione

Migranti sfruttati nei campi, imprenditori e caporali condannati per schiavitù

I braccianti erano costretti a turni massacranti con paghe al di sotto della soglia di povertà. La Corte d'Assise di Lecce ha riconosciuto il reato di riduzione in schiavitù. Racconta tutto LeccePrima

Immagine d'archivio

LECCE - Pochi euro per lavorare anche dodici ore al giorno nei campi. Turni massacranti e in tasca solo pochi spiccioli per tirare avanti. E' questa la triste realtà emersa dall’operazione "Sabr", condotta dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Lecce. Una realtà che, secondo il pubblico ministero, le istituzioni hanno ignorato ma che i giudici della Corte d'assise di Lecce (presieduta da Roberto Tanisi) hanno riconosciuto, condannando i vertici di una presunta organizzazione criminale transnazionale, dedita al favoreggiamento dell'ingresso di clandestini nel territorio italiano, per la maggior parte tunisini e ghanesi, destinati a essere sfruttati nella raccolta di angurie e di pomodori.

Come racconta Andrea Morrone di LeccePrima i giudici hanno riconosciuto il reato di riduzione in schiavitù ai danni dei braccianti sfruttati. Le indagini, iniziate nel gennaio del 2009, sono proseguite fino a ottobre 2011. Determinati sono state le dichiarazioni di alcune vittime, coraggiose nel denunciare le condizioni di vita disumane cui erano stati sottoposti nelle campagne di Nardò. E oggi sono arrivate le condanne. 

La sentenza della Corte d'Assise

Al vertice della piramide dello sfruttamento ci sarebbero stati i datori di lavoro salentini, cui si affiancavano caporali, cassieri e capisquadra. I datori di lavoro sono gli imprenditori e proprietari terrieri.

Undici anni, in particolare, la condanna per Pantaleo Latino, detto "Pantalucci", 59enne di Nardò, che sarebbe stato il referente per tutti, costantemente in contatto con il reclutatore Saber Ben Mahmoud Jelassi. Stessa pena per i neretini Livio Mandolfo, 50enne di Nardò, e Giovanni Petrelli, 54enne di Carmiano (a lui si sarebbero rivolti gli altri imprenditori in cerca di uomini da utilizzare come bestie nei campi).

Undici anni anche ai caporali Ben Abderrahma Jaouali Sahbi, 47 enne, Bilel Ben Aiaya, 33 enne; i cittadini sudanedi Saed Abdellah, detto Said, 30 anni; Meki Adem, 56 anni; Nizqr Tanjar, 39enne; Tahar Ben Rhouma Mehadaoui detto Gullit e l'algerino Mohamed Yazid Ghachir.

Pochi euro per 10-12 ore di lavoro

I lavoratori stranieri erano impiegati nei campi di raccolta in condizioni inumane, al limite della sopportazione psico-fisica, e remunerati con paghe al di sotto della soglia di povertà, con una paga che oscillava tra i 22 e i 25 euro al giorno, con un orario di lavoro di 10-12 ore al giorno. Una parte consistente del salario, inoltre, andava al caporale e all'intermediatore, il resto era destinato alle spese per la sopravvivenza. Dalle intercettazioni telefoniche emergono chiaramente le condizioni lavorative disumane a cui erano costretti gli immigrati. "Ora quelli te li sfianco fino a questa sera...", dice un caporale. "Quelli volevano pure bere e non c'era nessuno che gli dava l'acqua...", spiega sogghignando un caposquadra.

I sindacati: "Emozione indescrivibile"

"È stata appena emessa la sentenza di primo grado del processo Sabr, nato grazie ai lavoratori che, insieme alla Cgil e alla Flai - dichiarano i sindacati -, hanno avuto il coraggio, nel 2011, di ribellarsi ai caporali e alle condizioni inumane di lavoro a cui erano sottoposti nelle campagne della zona di Nardò. La sentenza è di condanna per gli imputati nel processo, tra imprenditori e caporali, a 11 anni di reclusione per riduzione in schiavitù e sfruttamento. Un precedente importante nella storia. Una lotta pacifica, determinata, che dedichiamo a tutte le vittime che dai campi non sono mai più tornate. La lotta per la legalità ha pagato. L’emozione è tanta, indescrivibile! Di certo ora siamo più determinati che mai, in prima linea ogni giorno al fianco dei lavoratori e di tutte le forze sane che si impegnano in questa importante lotta per la legalità".

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