Sabato, 17 Aprile 2021
Migranti

Gli sbarchi calano, l'emergenza resta: sempre più migranti vivono per strada

Il rapporto annuale del Centro Astalli punta l'indice sul caso dei richiedenti asilo che dopo aver abbandonato i centri di accoglienza si ritrovano senza alcun sostegno. Cresce anche il numero delle persone traumatizzate in seguito al viaggio

Immagine d'archivio

Sono sempre di più i migranti che esclusi dal sistema di accoglienza si ritrovano a vivere per strada. La situazione, secondo l’ultimo rapporto del Centro Astalli, è particolarmente critica a Roma, dove si contano molti i casi di richiedenti asilo che dopo aver abbandonato i centri di accoglienza straordinaria (CAS) delle diverse regioni italiane dove erano stati inizialmente accolti, hanno ricevuto la revoca delle misure di accoglienza. E sono rimasti tagliati fuori da ogni forma di accompagnamento e di supporto, materiale e legale.

"Non è raro il caso in cui anche la procedura d’asilo risulta sospesa o compromessa, aggravando le loro condizioni di precarietà", si legge nel rapporto che chiama in causa anche il Comune di Roma, il quale, con una delibera risalente al marzo 2017, ha revocato agli enti abilitati "la possibilità di rilasciare il proprio indirizzo a richiedenti asilo e rifugiati per l’iscrizione anagrafica, i percorsi di inclusione risultano di fatto ancora più difficoltosi". Insomma, fare accoglienza è diventato sempre più difficile: questo almeno si legge tra le righe del rapporto presentato oggi alla stampa.

Calano gli arrivi, ma i problemi restano…

Il Centro Astalli sottolinea inoltre che nonostante il calo degli sbarchi registrato nel 2017, il sistema dell’accoglienza resta un sistema precario: siamo ancora, come sempre, in emergenza. Insomma, "l’obiettivo di un sistema di accoglienza unico e con standard uniformi è ancora lontano", si legge nel report. "I Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) restano la soluzione prevalente, mentre la rete SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti asilo e Rifugiati), sia pure in crescita, a luglio 2017 copriva poco meno del 15% dei circa 205.000 posti disponibili".

La rete SPRAR dunque non decolla, gli enti locali non sempre fanno la loro parte e in molti territori "il passaggio tra la prima e la seconda accoglienza avviene con forte ritardo".

Le torture in Libia

Ma c’è un altro dato contenuto nel rapporto che fa molto riflettere: un quarto delle persone che nel 2017 si sono rivolte allo sportello di ascolto socio-legale ha vissuto significative esperienze di tortura e violenza intenzionale. In questo senso, il fatto che dalla Libia arrivino meno migranti che in passato, non può essere vista necessariamente come una buona notizia.

"L’effetto delle misure introdotte nel corso del 2017 per ridurre il flusso degli arrivi in Europa attraverso il Mediterraneo centrale al momento implica che i migranti siano trattenuti in Libia più a lungo e che possano essere soggetti a detenzione in condizioni critiche, anche più volte nel caso in cui siano intercettati in mare e riportati al porto di partenza".

Presso il Centro SaMiFo, che assiste vittime di violenza intenzionale e tortura, è cresciuto nel 2017 il numero delle persone traumatizzate in seguito al viaggio e soprattutto alla detenzione nei centri in Libia: spesso dalle visite psichiatriche e medico-legali emergono racconti drammatici di esperienze che segnano il corpo e la mente e necessitano di attenzione, considerazione e cura.

Afghanistan, un dramma dimenticato

E poi c’è il caso dell’Afghanistan, che resta il secondo Paese di origine dei rifugiati nel mondo. Eppure in Italia ci sono sempre meno richiedenti asilo afgani,  segno "che i tanti che pure continuano a fuggire da un Paese ancora molto instabile e insicuro, spesso trovano la strada sbarrata".

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