Martedì, 3 Agosto 2021
Cronaca Palermo

Valeria, uccisa dalla chemioterapia a 33 anni: "Assassinio in piena regola"

Fanno venire i brividi le 277 pagine di motivazioni della sentenza che condanna medici e infermieri del Policlinico di Palermo: "Gli imputati hanno pensato solo a negare le responsabilità, incolpandosi a vicenda"

La prescrizione killer (immagine da LiveSicilia)

Valeria Lembo aveva 33 anni e una figlia di sette mesi: morì al Policlinico di Palermo per una dose di farmaci chemioterapici dieci volte superiore alla prescrizione.

Il giudice Claudia Rosini nelle motivazioni della sentenza che condanna medici e infermieri del reparto di Oncologia parla di "un assassinio", "la più grave colpa medica mai commessa al mondo". Valeria venne trattata con una dose letale (90 milligrammi invece di 9) del chemioterapico vinblastina utilizzato abitualmente per curare il morbo di Hodgkin, un linfoma considerato guaribile nell'80 per cento dei casi.

Fanno venire i brividi le 277 pagine di motivazioni della sentenza: "L'utilizzo del termine assassinio non è casuale - scrive il giudice - perché di questo si è trattato, avendo gli imputati cooperato a cagionare la morte di una paziente per avvelenamento somministrandole una dose di vinblastina dieci volte superiore a quello dovuto". La donna morì il 29 dicembre del 2011 dopo una straziante agonia durata più di tre settimane. 

"Solo un ricambio completo del sangue, subito, avrebbe potuto - nota il giudice - dare una speranza alla paziente. Invece, per ben cinque giorni quell'errore venne mascherato come una gastrite post chemio" e il medico specializzando, che "scriveva sotto dettatura e non aveva idea di cosa fosse la vinblastina, cancellò lo zero in più" dalla cartella clinica, invece di ammettere l'errore e cercare una soluzione.

L'oncologa è stata condannata a 7 anni e nella sentenza viene descritta come "una copiatrice di dati, scelta dal primario (condannato a 4 anni e mezzo, ndr) perchè sempre presente. Una dottoressa che aspettava indicazioni del sovradosaggio da un'infermiera". L'organizzazione dell'intero reparto era "affidata al caso", scrive il giudice Claudia Rosini. Gli imputati avrebbero solo pensato "a negare qualsiasi assunzione di responsabilità, incolpandosi a vicenda".

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