Giovedì, 23 Settembre 2021
Cronaca

Costa Concordia, le motivazioni della sentenza: "Schettino abbandonò la nave con persone a bordo"

La Corte d'Appello di Firenze motiva la sentenza del 31 maggio che confermò la condanna a 16 anni di reclusione e 1 mese di arresto già inflitta al Comandante dal tribunale di Grosseto per il naufragio della Costa Concordia che il 13 gennaio 2012 causò la morte di 32 persone all'Isola del Giglio

Schettino, ci sono le motivazioni. La Corte d'Appello di Firenze motiva la sentenza del 31 maggio che confermò la condanna a 16 anni di reclusione e 1 mese di arresto già inflitta al Comandante dal tribunale di Grosseto per il naufragio della Costa Concordia che il 13 gennaio 2012 causò la morte di 32 persone all'Isola del Giglio. Sulla nave, partita da Civitavecchia e diretta a Savona per una crociera nel mar Mediterraneo,  c'erano 4.229 persone a bordo.

Saltò dalla Concordia su una lancia in mare, mentre sapeva che c'erano ancora passeggeri a bordo, affermano i giudici. Poi, ormai in salvo su uno scoglio, continuò a mentire alle autorità, come nella telefonata con De Falco, sulla reale situazione in corso del naufragio. Nessuno "sconto" a Schettino quindi sull'accusa piu' infamante, cioè l'abbandono della nave. 

"Non e' attendibile - scrivono i giudici - quanto riferito dall'imputato durante l'esame dibattimentale in merito al fatto che, nel momento in cui saltava sul tetto di una lancia, non si era reso conto che vi erano persone ancora a bordo"; al contrario in quel "preciso momento, Schettino era consapevole che diverse persone si trovavano ancora sul lato sinistro della nave o che, comunque, quantomeno aveva seri dubbi in tal senso e decideva in ogni caso di allontanarsi in modo definitivo dalla Concordia".  Schettino, dicono i giudici, "dopo aver mentito al sottocapo Tosi (un soccorritore, ndr) continuava a raccontare il falso anche a De Falco" mentre "era già in salvo".

Schettino, scrivono i giudici, "intendeva non attenersi alla nuova rotta tracciata dal cartografo Canessa per l'inchino al Giglio, ma passare più vicino all'isola seguendo una sua rotta che non era stata comunicata ad alcuno".  Sul punto, annotano i giudici, "è eloquente la telefonata" prima dell'impatto della sera del 13 gennaio 2012 "col comandante in pensione Mario Palombo dove Schettino si informava se c'era acqua alta sufficiente" al passaggio della nave "in un punto a una distanza inferiore a quella (mezzo miglio) dove sarebbe dovuta passare la nave secondo la rotta tracciata da Canessa". 

"Dal colloquio - commentano i giudici di appello di Firenze - si desume invece la chiara intenzione di Schettino di avvicinarsi maggiormente all'isola discostandosi dalla rotta predetta". Inoltre, "è palese anche dagli ordini dei gradi di rotta dati dall'imputato che lo stesso non teneva in alcun modo conto di quella tracciata da Canessa". E ancora, ricordando la maxi-perizia, i giudici di appello scrivono anche che "il way point della rotta tracciata da Canessa non era stato raggiunto dalla Concordia quando Schettino prendeva il comando per cui, come osservato dai periti d'ufficio, il comandante con una manovra appena più decisa ben avrebbe potuto seguire la rotta tracciata da Canessa, cosa che evidentemente non voleva e non faceva".

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