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Venerdì, 3 Dicembre 2021
L'intervista a Today / Genova

Omicidio di Nada Cella, parla la criminologa dietro la svolta: "Tanti indizi su quella donna"

Antonella Pesce Delfino è la donna che nel 2018, per una tesi di laurea, riprese in mano le carte di uno dei cold case più famosi d'Italia. Tre anni dopo, la svolta: Today le ha parlato

Quando Nada Cella è stata trovata in fin di vita, la mattina del 6 maggio del 1996, aveva 24 anni. Una ragazza con una chioma di folti capelli castani e gli occhi che ridono, come dimostrano le foto dell’epoca, che viveva con la mamma Silvana, professione bidella, a Chiavari, cittadina borghese della Liguria di Levante. Nada conduceva un’esistenza simile a quella di molte coetanee, forse ancora più ordinata e disciplinata: si divideva tra la famiglia (il papà, falegname ad Alpepiana, viveva lì per comodità, la sorella a Milano), gli amici e il lavoro come segretaria in uno studio di commercialista. Lo stesso studio in cui è stata trovata immersa in una pozza di sangue, distesa sul pavimento, il cranio sfondato da un oggetto pesante che non è mai stato identificato.

A distanza di 25 anni, grazie alla tenacia di mamma Silvana, dell’avvocato Sabrina Franzone e di quella che nel 2018 era una laureanda in criminologia, il caso è arrivato a una svolta. La procura ha infatti iscritto nel registro degli indagati una persona, una donna il cui nome ai tempi era passato sul tavolo degli inquirenti ma era poi stato scartato per una serie di motivi: Annalucia Cecere, unn nome che rimbalza oggi da un quotidiano all’altro e cui si è arrivati perché quella laureanda dell’Università di Bari, Antonella Pesce Delfino, ha passato mesi china su incartamenti e fascicoli per riprendere il bandolo della matassa e capire che cosa fosse successo davvero a Nada. Potrebbe esserci riuscita.

Cecere, oggi 53 anni e residente in Piemonte, ex insegnante, è indagata per omicidio. Il commercialista Marco Soracco e la madre Teresa Bucchioni sono stati anche loro iscritti nel registro degli indagati, e gli si contesta false dichiarazioni rese al pubblico ministero ai tempi dell’inchiesta. L’ipotesi è che Cecere abbia ucciso Nada perché si era invaghita del commercialista, a sua volta invaghito di Nada, e che l’uomo, spalleggiato dalla madre, non abbia detto tutta la verità agli inquirenti. A Today, Pesce Delfino ha raccontato come si è arrivati a questo risultato.

Antonella, ci siete riuscite. Si ricorda da dove è partita?

Lavoravo nel campo della biologia molecolare a Bari. Sono andata a fare un master a Genova in scienze forensi e criminologia, ho avuto modo di collaborare con la redazione di un quotidiano locale e sono venuta a conoscenza del caso di Nada. Ho incontrato la madre, e devo dire che mi sono trovata subito molto bene con Silvana, è nato un rapporto di amicizia e affettivo. Siamo andate avanti. Ci hanno paragonato a Thelma e Louise, e un po' hanno ragione.

Un'impresa sulla carta impossibile, quella in cui vi siete imbarcate.

Mi sono sempre sentita ripetere da tutti "scordati di arrivare a qualcosa, perché non c’è proprio speranza". Non abbiamo mollato, e questo anche grazie al grande atto di fiducia del procuratore capo Francesco Cozzi che ci ha messo a disposizione tutti gli atti. 12.000 pagine di fascicoli, me li sono letti tutti, anche quelli nelle condizioni peggiori.

Che cosa le ha fatto scattare il campanello d'allarme? Annalucia Cecere era un nome tra tanti.

Su questa persona c’erano già molti indizi, ma la chiave è stato trovare il verbale sui bottoni. La rilevanza di quella donna è come se fosse sfuggita, nel caso di Nada sono confluite diverse linee di indagine, diverse competenze, diverse persone. Oggi l'indagine è in mano a persone estremamente competenti, e sono felice che Nada stia avendo tutto quello che merita in termini di professionalità.

È contenta del risultato?

Contentissima. La mia felicità è stata non solo la riapertura del caso, ma essere arrivati a disporre analisi forensi con un mostro sacro come Emiliano Giardina.

Che cosa farà ora? Continuerà a seguire l'indagine?

Sarò sempre vicina a Silvana, e vediamo cosa succede. Può sembrare strano, ma ne abbiamo passato così tante in questi tre anni che questo caos che si sta scatenando non ci sta distruggendo o pressando, anzi. La prima frase che mi ha detto Silvana è stata "qualsiasi cosa purché si parli di mia figlia e non venga dimenticata".

Il delitto di Nada Cella: la mattina del 6 maggio 1996

L’omicidio di Nada Cella è uno dei cold case più famosi d’Italia, soprattutto per le sue caratteristiche: nessuna ombra nella vita di quella ragazza di 24 anni della provincia ligure, nessun rancore celato, nessun litigio, nessun nemico, nessuna gelosia che potesse spiegare una morte così violenta. Un mistero da camera chiusa, la sua morte, proprio come nei più tradizionali romanzi gialli. Perché Nada è morta in un appartamento adibito a ufficio di un popoloso palazzo del centro di Chiavari, in via Marsala, e nessuno dei residenti ha sentito né ha visto nulla di preoccupante. Eppure in qualche momento imprecisato tra le 7 e le 9 della mattina del 6 maggio 1996 Nada è stata aggredita in modo così efferato che la corsa in ospedale sarà solo un vano miraggio di salvarla.

Il delitto scuote la città ed esce dai confini regionali, i nomi dei protagonisti iniziano a diventare noti: oltre a Nada, la vittima, è quello del commercialista Marco Soracco a venire pronunciato più di frequente. È lui a trovare il corpo e a chiamare i soccorsi, e sempre lui abita nello stesso palazzo, ma qualche piano sopra, con la madre. L’ipotesi iniziale è che Nada sia caduta e abbia battuto la testa, ma l’intervento chirurgico, purtroppo vano, cui viene sottoposta la ragazza all’ospedale di Lavagna evidenzia ferite talmente gravi da non poter essere dovute a una banale caduta.

Nada è stata uccisa nel breve periodo di tempo compreso tra il suo arrivo in ufficio, dopo avere accompagnato la madre al lavoro, e l’arrivo di Soracco in ufficio per la giornata lavorativa. Sbattuta contro il muro, spinta contro i mobili, colpita alla testa diverse volte con inaudita violenza, e poi lasciata in fin di vita. Alla notizia della morte il palazzo di via Marsala si riempie di persone, vicini e curiosi accorrono, nell’appartamento diventato ormai scena del crimine e sul pianerottolo c’è un via vai che confonde ulteriormente eventuali tracce su cui sono già passati Soracco, la madre e i soccorritori. Il modo in cui la scena del crimine è stata gestita è una delle tante critiche mosse agli investigatori di allora.

Chi sono Marco Soracco e Annalucia Cecere

All’epoca poco più che trentenne, proprio Soracco finisce nel mirino degli inquirenti. Gli investigatori vogliono sapere se tra lui e Nada c’era qualcosa, o se era lui ad avere maturato una passione per la segretaria, non corrisposta, che lo ha portato all’esplosione di violenza. Soracco ha sempre negato, ma il fatto che la madre avesse ripulito l’ufficio dal sangue nei minuti successivi al trasferimento di Nada in ospedale avevano fatto crescere i sospetti. Il commercialista venne torchiato, indagato e poi prosciolto. Nel calderone delle persone ascoltate dagli inquirenti era finita però anche una donna. Annalucia Cecere, all’epoca dei fatti 28 anni, era stata vista da due testimoni passare davanti al palazzo del commercialista la mattina dell’omicidio.

A casa sua erano stati trovati, in un cassetto, dei bottoni di una giacca da uomo del tutto simili a quello trovato sotto il corpo martoriato di Nada in ufficio. Cecere, si ricostruisce, aveva conosciuto Soracco a un corso di ballo, e alcuni accertamenti avevano portato alla luce la sua infatuazione per il commercialista e il tentativo di farsi assumere come segretaria al posto di Nada, mai andato a buon fine. Anche lei però viene prosciolta, gli inquirenti vanno oltre, cercano ancora, ma gli elementi sono troppo pochi e troppo confusi, le domande senza risposta ancora troppe, le prove insufficienti e le tecniche investigative non adeguate. Senza nuova linfa, le indagini si arenano. Sino al 2018, quando è entrata in scena Antonella Delfino Pesce.

La tenacia della criminologa, sostenuta dall’avvocato Sabrina Franzone e dalla mamma di Nada, ha spinto la procura di Genova a riprendere in mano il fascicolo e ad ascoltare le sue osservazioni. Lo scorso maggio il procuratore capo Francesco Cozzi aveva riaperto l’inchiesta, e nei giorni scorsi è stato dato incarico agli esperti della scientifica, consulenti della procura, di effettuare una serie di accertamenti irripetibili sui reperti conservati e sopravvissuti sino a oggi. Nelle analisi è coinvolto anche il genetista Emiliano Giardina, lo stesso che ha partecipato alle indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio e che è risalito a “Ignoto 1”, che si occuperà di analizzare il dna. Un enorme passo avanti rispetto all’archiviazione che era stata disposta venti anni fa, e che ridà speranza a Silvana e a Daniela, mamma e sorella di Nada, di arrivare finalmente alla verità.

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