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Domenica, 14 Aprile 2024
Malasanità / Palermo

"Morta a 11 mesi per infezioni contratte in corsia": ospedale condannato a pagare 1,2 milioni

La piccola, nata con un cesareo il 14 gennaio del 2010 a Palermo, aveva avuto dei problemi. Venne operata "in modo inadeguato", ma furono le patologie sviluppate durante la degenza a non darle scampo

Sin dal primo respiro la vita per lei era stata una lotta, tanto che - dopo un intervento d'urgenza tre giorni dopo la nascita - aveva passato il resto della sua troppo breve esistenza intubata in un ospedale, dove aveva pure contratto una serie di infezioni, finché,  appena 350 giorni dopo essere venuta al mondo, era morta. Secondo il tribunale civile il decesso della piccola fu determinato proprio dalle infezioni nosocomiali sviluppate al Civico di Palermo, dov'era stata ricoverata, e per questo adesso l'azienda sanitaria è stata condannata a risarcire i genitori e i due fratelli della bambina con oltre un milione e 200 mila euro.

La sentenza è stata emessa dal giudice della terza sezione, Andrea Compagno, che ha accolto in parte le richieste della famiglia della bimba, assistita dall'avvocato Antonella Volante, stabilendo che l'ospedale - che ha sempre respinto le accuse e sostenuto di aver operato correttamente - versi alla famiglia per l'esattezza un milione 202.856,78 euro per i danni patiti (nello specifico 344.992,74 euro alla madre, 306.946,97 euro al padre, 284.719,74 e 266.197,33 euro ai due fratelli), oltre a pagare 37.952,33 euro per le spese di lite. Il tribunale, sulla scorta di una perizia, ha ritenuto che l'intervento a cui fu sottoposta la piccola sarebbe stato compiuto in maniera errata da sei medici che l'avevano avuta in cura, ma visto che non sarebbe stato questo a provocarne la morte, ha escluso che debbano risarcire i parenti, accogliendo così anche le istanze delle assicurazioni chiamate in causa per loro conto, cioè la Reale Mutua (rappresentata dall'avvocato Diego Ferraro, nella foto) e Amissima (assistita dall'avvocato Gianfranco Aricò).

Avvocato Diego FerraroLa cardiopatia congenita e l'operazione sbagliata

La bimba era nata il 14 gennaio del 2010 all'ospedale Ingrassia con un cesareo. Il giorno successivo però il suo quadro clinico era degenerato ed era stata trasferita al Civico, dove le era stata diagnosticata una cardiopatia congenita. Qui, tre giorni dopo, il 17 gennaio, era stata operata d'urgenza, ma "in maniera non appropriata". Aveva poi contratto infezioni multiple da germi poliresistenti, il 23 marzo le era stata praticata pure la tracheotomia, e le sue condizioni erano peggiorate. Il 16 dicembre era stata trasferita alla Rianimazione dell'Ospedale dei Bambini, dove - prima di aver compiuto un anno - il 28 dicembre 2010 era morta.

"È morta per le infezioni contratte durante il ricovero"

Dalla perizia "emerge in modo chiaro e incontestabile - scrive il giudice - che la morte della piccola è da ricondursi causalmente alla gravissima infezione dalla stessa contratta nel corso del ricovero cui è stata sottoposta fin dal giorno successivo alla nascita. Tale circostanza - da reputarsi pacifica - induce a ritenere che la responsabilità del decesso della minore va ascritta a colpa dell'azienda. È infatti questo il soggetto che ha l'obbligo di adottare tutte le misure precauzionali imposte dai protocolli sanitari e dalle linee guida, atte a prevenire (se non a scongiurare del tutto) il rischio di infezioni nosocomiali. Ed è pacifico che, nel caso di specie, detto obbligo non è stato adempiuto".

"La piccola avrebbe potuto salvarsi"

Il giudice aggiunge che "a nulla rileva, in contrario, il fatto che la piccola versasse già a quella data, a prescindere dall'infezione nosocomiale poi contratta, in gravi condizioni. Nulla, infatti, autorizza a ritenere che il suo quadro clinico fosse tale da indurre a pensare che, pur in assenza dell'infezione, le gravi infermità da cui la stessa era affetta - infermità, peraltro, rimaste per lo più oscure - l'avrebbero comunque condotta di lì a poco alla morte". Tanto che, secondo i periti "la condizione di ipertensione polmonare primitiva (di cui la piccola era affetta sin dalla nascita), seppur in assenza di dati probatori assoluti, avrebbe potuto incidere dal 15 al 30% in termini di rischio di morte". Una percentuale che come rimarca ancora il giudice "del tutto inidonea a ritenere che l'evento si sarebbe comunque verificato".

"L'intervento fu sbagliato, ma i sanitari non devono pagare"

Per quanto attiene all'operato dei medici, nella sentenza si dice che "è vero che la perizia espletata ha evidenziato che le scelte diagnostiche (e, di conseguenza, terapeutiche) adottate dai sanitari che, a vario titolo, sono stati coinvolti nella vicenda, non sono da reputarsi corrette" tanto che "una corretta diagnosi avrebbe evitato un inutile intervento cardiochirurgico", ma "anche a voler ritenere che i sanitari abbiano errato sia nel sottoporre la piccola all'intervento che nel non eseguire il cateterismo cardiaco (...) non è possibile ricondurre causalmente il decesso né al tipo di intervento cui la stessa è stata sottoposta, né alla mancata esecuzione del cateterismo cardiaco" perché "la morte della bambina è dipesa da un'infezione nosocomiale". Da qui la condanna solo del Civico a risarcire i danni ai genitori della bambina. 

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