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Mercoledì, 29 Maggio 2024
La decisione / Agrigento

Ha ucciso il figlio violento con 14 colpi di pistola: poliziotto scarcerato

La Corte di assise, che lo aveva condannato a 21 anni di reclusione riconoscendogli l'attenuante della provocazione, dopo 13 mesi concede i domiciliari al 58enne Gaetano Rampello, reo confesso dell'omicidio del 24enne Vincenzo

L'omicidio è avvenuto in circostanze "assai peculiari che portano a escludere il rischio di reiterazione del reato". La Corte di assise di Agrigento, presieduta da Wilma Angela Mazzara, che lo scorso 31 gennaio lo ha condannato a 21 anni di reclusione, ha scarcerato - sostituendo la misura con gli arresti domiciliari col braccialetto elettronico - Gaetano Rampello, 59 anni, poliziotto in servizio al reparto mobile della Questura di Catania, che ha confessato l'omicidio del figlio ventiquattrenne Vincenzo.

I giudici hanno accolto l'istanza del difensore, l'avvocato Daniela Posante (nella foto in basso) e ritenuto che le esigenze cautelari si fossero attenuate anche in ragione "dell'atteggiamento collaborativo che induce a escludere il rischio di fuga". Escluso anche, alla luce della definizione del procedimento di primo grado di cui sono state già depositate le motivazioni, il rischio di inquinamento probatorio.

L'avvocato Daniela Posante

Rampello, secondo la sua stessa confessione, avrebbe esploso 14 colpi della sua pistola di ordinanza contro il figlio violento e con problemi psichici che da anni lo picchiava e gli estorceva soldi. La Corte, che adesso lo ha scarcerato, ha escluso le aggravanti della premeditazione e riconosciuto le attenuanti generiche e della provocazione che hanno consentito di contenere molto la pena. 

L'omicidio è avvenuto il primo febbraio in piazza Progresso, a Raffadali, dove i due si erano dati appuntamento perché il ragazzo avrebbe preteso 30 euro. In quella circostanza il ventiquattrenne, secondo il racconto dell'imputato, avrebbe strattonato il padre costringendolo a consegnarli altri soldi. Rampello, secondo quanto lui stesso ha ammesso, dopo essere stato aggredito ha estratto l'arma e gli ha sparato alle spalle consegnandosi poi ai carabinieri a una fermata del bus. 

Dietro l'omicidio c'erano anni di violenze e sopraffazioni da parte del giovane al padre, alimentati dai problemi psichici del ragazzo, che viveva insieme a uno zio in un clima conflittuale fra gli stessi genitori che si erano separati con ripetuti contrasti. 

Il pubblico ministero Elenia Manno aveva chiesto la condanna a 24 anni. "Non è stato un omicidio d'impeto - aveva detto - ma ha premeditato il gesto andando, probabilmente, a prendere la pistola in caserma prima dell'appuntamento. Tuttavia ha subito anni di violenze e sopraffazioni ed è stato l'unico che ha provato ad aiutarlo contrariamente alla madre del ragazzo che è venuta qua a testimoniare sminuendo e negando i problemi psichiatrici". 

Prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio il difensore dell'imputato, l'avvocato Daniela Posante, aveva illustrato per quasi quattro ore la sua arringa finalizzata a smontare la tesi del pm sulla premeditazione e invocare il riconoscimento delle attenuanti legate alla provocazione. "Non è andato in caserma a prendere l'arma - ha detto -, è andato semplicemente in bagno. Per quale motivo avrebbe dovuto portare con sé da Catania uno zaino con gli indumenti personali se avesse progettato l'omicidio? E davvero - ha insistito il difensore - non ci sarebbe stato posto migliore della piazza principale del paese, davanti alle telecamere della banca, per progettare il delitto del figlio?". 

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