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Martedì, 24 Maggio 2022
L'inchiesta / Modena

Operaio morì di Covid: i datori di lavoro rischiano il processo per omicidio colposo

Il 63enne di Modena morì dopo aver contratto il virus sul posto di lavoro. Non venivano utilizzate mascherine e distanziamento

Era un soggetto fragile e maggiormente esposto ai rischi provenienti dal Covid. Nonostante questo veniva fatto lavorare senza gli strumenti di protezione e il distanziamento necessario. Dopo due anni il suo datore di lavoro rischia il processo per omicidio colposo. È quanto emerso dall'inchiesta condotta dalla procura di Modena sulla morte di un operaio di 63 anni. L'uomo morì nel corso della prima ondata della pandemia nel 2020 e adesso il pm titolare del fascicolo ha chiesto il rinvio a giudizio per il legale rappresentante dell'azienda e per il datore di lavoro della vittima, il rappresentante della cooperativa che prestava la manodopera all'interno di uno stabilimento di lavorazione carni.

All'interno dello stabilimento scoppiò un focolaio in cui venne coinvolto anche il 63enne che però era un soggetto fragile e per lui l'infezione da Coronavirus risultò letale. Secondo quanto ricostruito dai magistrati, all'interno dell'azienda non venivano utilizzati gli strumenti di protezione, soprattutto le mascherine, e nemmeno il distanziamento tra le postazioni degli operai. Per questo il virus ebbe gioco facile colpendo diversi addetti. Una negligenza chiara, secondo la procura, che ritiene debbano essere processati un 28enne e un 50enne in qualità di responsabili legali dell'azienda e della cooperativa.

Oltre a non aver fornito i dispositivi di protezione, i datori di lavoro sono accusati anche di non aver sottoposto a visita il lavoratore, come veniva fatto all'epoca della prima ondata, esponendolo a un rischio che poi gli è risultato letale. Solo successivamente alla morte del 63enne venne nominato un medico per effettuare le visite al personale. Il perito della procura ha invece rilevato come l'operaio fosse un soggetto fragile, le cui patologie imponevano delle cautele ancora maggiori rispetto alla media. Secondo i magistrati, se i responsabili dell'azienda e della cooperativa si fossero adoperati per far visitare la vittima, si sarebbero scoperte le patologie da cui era affetto e se ne sarebbe evitato il decesso.

Sulle spalle del datore di lavoro pesa anche la responsabilità di non aver adottato tutti i protocolli di sicurezza necessari a fronteggiare la diffusione del virus e imposti per legge. Non venivano rispettate le distanze di sicurezza e l'utilizzo delle mascherine e a denunciarlo alla procura è stata proprio la famiglia del 63enne. In particolare la moglie della vittima ha spiegato ai magistrati in quali condizioni era costretto a lavorare il marito. Condizioni che gli si sono rivelate fatali. La consorte è decisa a costituirsi parte civile insieme ai tre figli nel corso del procedimento. Il prossimo 7 aprile verrà presa la decisione rispetto al rinvio a giudizio per omicidio colposo dei due indagati.

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