Giovedì, 24 Giugno 2021
"Mettiti a posto o ti facciamo saltare in aria"

Non solo Condorelli: chi sono gli imprenditori che denunciano il pizzo e come funziona il "sistema"

Le richieste estorsive per mantenere il controllo del territorio e provvedere al sostentamento dei carcerati di Cosa nostra. Le storie di chi sceglie di non rassegnarsi, con l'aiuto della magistratura e il sostegno delle associazioni antiracket. Oggi la scelta di opporsi al pizzo, oltre ad essere possibile, non ha bisogno del clamore mediatico a cui fu costretto, suo malgrado, Libero Grassi. Ma non basta, se non interviene la politica

Manifesti che invitano gli imprenditori e i commercianti a denunciare i mafiosi e ribellarsi al racket affissi la notte del 3 dicembre 2010 a Balestrate nel Palermitano. Foto ANSA / FRANCO LANNINO

"Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere... Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al geometra Anzalone e diremo no a tutti quelli come lui".

Era il 10 gennaio 1991: trent'anni fa il Giornale di Sicilia pubblicava la lettera-denuncia di Libero Grassi al "caro estortore". L'imprenditore tessile siciliano scelse quest'azione plateale per scuotere le coscienze e ribellarsi al pizzo e agli emissari della mafia. In un contesto di silenzi, solitudine e sottovalutazione del problema, Libero Grassi pagò quel gesto con la vita: fu ucciso da Cosa nostra sette mesi dopo, il 29 agosto del 1991. Quel documento è una pietra miliare nella lotta per una Sicilia migliore, perché la "lettera al caro estortore" di fatto aprì la stagione della ribellione al pizzo. La stagione del risveglio.

Il sistema del pizzo e le denunce degli imprenditori

Trent'anni dopo le cose sono cambiate, ed è anche merito di Libero Grassi. Oggi, in Sicilia, c'è più consapevolezza. Nonostante ci sia ancora chi continua a pagare e in certe circostanze a negare l'evidenza, c'è una concreta alternativa oltre la condizione, per tanto tempo ineluttabile, di tacere e pagare le estorsioni. Chi sceglie di non rassegnarsi e non pagare per difendere la propria azienda e il proprio territorio può contare sull'impegno costante di magistratura e forze dell'ordine, oltre che sull'assistenza di tante associazioni antiracket che rappresentano un supporto contro la solitudine, la paura e le incertezze delle vittime di usura ed estorsioni. Chi denuncia il pizzo può farlo in sicurezza, e non è solo. Sono centinaia le denunce presentate dagli imprenditori siciliani contro il racket nel 2020. "Si tratta di un dato parziale, perché per ogni impresa che presenta domanda per accedere ai benefici previsti dalla legge per le vittime del pizzo ce ne sono altre nove che non lo fanno. Ma queste denunce sono il sintomo di un'accresciuta consapevolezza tra gli imprenditori", ha spiegato Luigi Cuomo, presidente nazionale di Sos Impresa, associazione per opporsi al racket delle estorsioni nata a Palermo su iniziativa di un gruppo di commercianti.

Non solo Condorelli

Giuseppe Condorelli, a capo dell'omonima azienda dolciaria del catanese famosa per i torroncini, finita nel mirino del clan mafioso etneo Santapaola-Ercolano, è l'esempio più recente di un imprenditore che ha avuto il coraggio e la forza di ribellarsi a Cosa nostra denunciando le richieste estorsive. Qualcuno aveva lasciato davanti ai cancelli dell'azienda, a Belpasso, una bottiglia contenente liquido infiammabile e un biglietto intimidatorio ("Mettiti a posto o ti facciamo saltare in aria, cercati un amico"). Condorelli non ha piegato la testa, si è fidato dello Stato e ha denunciato tutto ai carabinieri. La sua denuncia ha dato una spinta ulteriore all'inchiesta che ha disarticolato alcuni gruppi mafiosi operanti nel catanese.

Ma non c'è solo Condorelli. Come funziona oggi il "sistema" del pizzo? Accade spesso che si denunci un'estorsione? E cosa succede agli imprenditori che decidono di non rassegnarsi? Lo abbiamo chiesto a Daria Raiti e Sandra Figliuolo, due colleghe giornaliste di CataniaToday e PalermoToday che raccontano da anni il loro territorio anche attraverso le storie delle vittime del pizzo, di chi non piega la testa e denuncia. Da un po' di tempo c'è una Sicilia che non si fa intimidire dalle minacce e vuole cambiare, con coraggio: è il messaggio, confortante, che emerge dal loro racconto di croniste "sul campo".

L'amico e il compagno di scuola estorsori

"In realtà credo che, per l'assurdità del mondo mediatico, il fatto che un imprenditore come Condorelli denunci è assolutamente normale: se non lo fa lui, chi dovrebbe farlo? - sottolinea Figliuolo -. Ho incontrato diverse vittime di pizzo in questi anni e sono diverse le storie che meriterebbero di avere un'eco più vasta. Ne cito tre, a partire da quella di un imprenditore di un piccolo comune della provincia di Palermo che ha pagato il pizzo per una quindicina d'anni prima di ribellarsi. Per via degli arresti messi a segno nel tempo, i suoi estorsori sono cambiati. Tra di loro c'erano anche un suo amico e un suo compagno di scuola. Ha raccontato che avrebbe voluto denunciare prima, ma che si sentiva stritolato, avrebbe dovuto mettere nei guai persone che riteneva amiche, e soprattutto si vergognava. Ha atteso che le sue figlie diventassero grandi e si allontanassero dal paese per denunciare, in modo da evitare che a pagare eventuali conseguenze potessero essere loro".

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Il pizzo chiesto dal paladino dell'antimafia

L'altra storia è più nota, ma non meno emblematica. È quella dei fratelli Cottone, titolari del ristorante "La Braciera" a Palermo. Hanno pagato il pizzo per vent'anni e hanno avuto a che fare con ben undici estorsori diversi: ne arrestavano uno e ne spuntava un altro, tanto che fu detto loro che "questa cosa non finisce mai". Nel 2016 fecero arrestare in flagranza gli ultimi due taglieggiatori e da lì, grazie al supporto dell'associazione Addiopizzo, hanno trovato il coraggio di denunciare tutto ciò che era accaduto prima. E hanno raccontato che già quando alla fine degli anni '90 rilevarono l'attività, nel pacco era compreso anche il pagamento del pizzo. Poi c'è un'altra storia, anche questa abbastanza nota ma paradossale, perché il pizzo non lo chiede Cosa nostra. È quella di Santi Palazzolo, pasticciere di Cinisi (in provincia di Palermo), a cui il pizzo venne infatti chiesto addirittura dall'ex presidente della Camera di commercio di Palermo, Roberto Helg, paladino dell'antimafia e della lotta al racket. Helg venne arrestato mentre intascava i soldi per consentire all'imprenditore di aprire un punto vendita all'interno dell'aeroporto Falcone e Borsellino.

Sandra Figliuolo di PalermoToday osserva che "la maggior parte delle vittime non cerca la ribalta, racconta con fatica la propria esperienza e anche con grande dolore e imbarazzo, soprattutto nel caso di piccoli commercianti e a maggior ragione se di piccoli paesi della provincia. Non vogliono essere eroi, ma solo lavorare con serenità. Ecco perché diffido molto da chi riprende i suoi estorsori (che non farebbero paura a nessuno, si capisce che sono due miserabili) e poi va girando nei salotti televisivi. L'antimafia e l'antiracket (come dimostra il caso di Helg) possono essere anche dei business, un'opportunità per ottenere patenti di legalità e visibilità con scopi poco trasparenti".

Il welfare della mafia e il controllo del territorio

Se nel corso degli anni è cambiato l'atteggiamento degli imprenditori, non si può dire altrettanto del "sistema" del pizzo. Oggi funziona esattamente come sempre. Il pizzo serve all'organizzazione criminale sia per il suo "welfare", cioè il sostentamento dei carcerati e delle loro famiglie (ed è evidente che questa assistenza e "solidarietà" è uno dei punti di forza di Cosa nostra che non lascia solo nessuno in caso di difficoltà), ma serve anche per mantenere il controllo del territorio: chi apre un'attività o un cantiere deve rendere conto ai boss, piegarsi a loro.

"Cosa nostra, attraverso suoi emissari, fa sapere al commerciante o all'imprenditore che deve "mettersi a posto", oppure che deve "aiutare i carcerati" - spiega Figliuolo - . Solitamente il pizzo si paga a Natale e a Pasqua. Di fronte a forme di resistenza o esitazione da parte delle vittime possono partire minacce e danneggiamenti (di solito colla nei lucchetti delle saracinesche dell'attività, ma anche incendi oppure furti di mezzi, in modo da far capire che per operare "in sicurezza" bisogna pagare). Naturalmente in un periodo di forte crisi economica e con l'emergenza sanitaria, la mafia non pretende chissà quali somme dagli imprenditori, per non strozzarli. Ma chiede comunque, per non perdere il suo potere. Inoltre, essendoci continuamente arresti, i carcerati da mantenere sono in numero sempre maggiore e i soldi del pizzo non bastano. Ed è anche per questo che Cosa nostra è tornata alla droga, seppure dipendendo dalle altre organizzazioni criminali, camorra e 'ndrangheta, oggi molto più potenti".

Le ceste regalo per Pasqua e Natale e le casse di champagne per gli estorsori

Cambia la provincia, non cambia il coraggio di chi sceglie di non rassegnarsi. Come Giuseppe Condorelli, nel Catanese nell'ultimo anno ci sono stati altri imprenditori vittime di estorsioni che, grazie alla loro denuncia, hanno permesso agli inquirenti di stringere il cerchio sui responsabili e sui mandanti. Negli ultimi mesi CataniaToday ha seguito due operazioni dei carabinieri scaturite proprio da imprenditori stanchi di subire che hanno trovato la forza di ribellarsi. L'operazione "Jukebox" (ottobre 2020), a seguito della denuncia di due imprenditori titolari di una catena di supermercati della provincia etnea, ha colpito esponenti apicali e affiliati del gruppo di San Giovanni Galermo e del clan Assinnata di Paternò, tutti inseriti nella famiglia di Cosa nostra catanese dei "Santapaola- Ercolano", attiva nel capoluogo e in tutta la provincia etnea. Le indagini hanno ribadito la prassi consolidata del clan Santapaola della sottoposizione di commercianti e imprenditori al pagamento del pizzo in cambio di protezione mafiosa.

"I due imprenditori dal 2001 erano costretti a pagare rate mensili dapprima di euro 350, poi di 700, poi di mille e infine di 1.500 euro. Per un totale di 200 mila euro - racconta Daria Raiti - . Oltre alle rate, erano costretti a rifornire gli estorsori di ceste regalo per le festività natalizie e pasquali nonché di costose casse di champagne. Da notare anche il ruolo importante delle donne che, a seguito dell'arresto dei loro compagni o congiunti, li hanno sostituiti in tutto nella riscossione del pizzo nei confronti delle vittime. Dopo una pausa forzata nei versamenti dovuta al periodo covid, era stata proprio una delle mogli a recarsi in uno dei punti vendita chiedendo alla vittima di riprendere subito i pagamenti e il versamento degli arretrati, avvisando il titolare dell'esercizio commerciale che da quel momento non era più protetto da rapine e danneggiamenti. Il giorno successivo lo stesso supermercato ha subìto una rapina da parte di tre persone con il volto coperto, armate di pistola".

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"Da un po' di tempo c'è una Sicilia che vuole cambiare"

Un'altra operazione scaturita dalla denuncia di un imprenditore è stata quella denominata "Malupassu". Anche in questo caso le somme raccolte dal racket venivano destinate al mantenimento dei detenuti. "Il clan, sempre Santapaola, imponeva la sua forza e dominio del territorio anche con il traffico di marijuana e hashish, dimostrando capacità organizzativa nel perpetrare le attività illecite e con l'intento di acquisire, in modo diretto o indiretto, la gestione o comunque l'assoggettamento di attività economiche e altro per realizzare profitti o vantaggi ingiusti - spiega la collega di CataniaToday -. Sono stati molti i commercianti che hanno trovato il coraggio di ammettere i fatti confermando ulteriormente le responsabilità degli indagati. In totale sono stati contestati ben 15 episodi estorsivi. Oltre alla richiesta di denaro c'era anche l'imposizione di determinati prodotti alimentari all'interno di pasticcerie e slot machine all'interno di sale giochi. Quindi, quello che esce fuori è da un lato la "versatilità" e mutevolezza della mafia che si adatta a tutti gli scenari possibili, anche alla pandemia, ma dall'altro una maggiore propensione dei cittadini a dire no. Da un po' di tempo c'è una Sicilia che vuole cambiare. È quella Sicilia onesta e libera che vuole mettere fine al meccanismo delle estorsioni. Una Sicilia che non vuole farsi intimidire dalle minacce ma anzi diventa più forte grazie al coraggio di denunciare".

Cosa succede a chi si oppone?

Oggi la scelta di opporsi al pizzo, oltre ad essere possibile, non ha bisogno del clamore mediatico a cui fu costretto, suo malgrado, Libero Grassi. La lotta alle estorsioni, per fortuna, non ha più bisogno di eroi ma vive di esempi di normalità, di lavoratori onesti che scelgono la libertà senza piegarsi all'oppressione. Fondamentale è stato il ruolo di un'associazione come Addiopizzo, composta da giovani amici che, una notte del 2004, tappezzarono la città di Palermo di manifesti listati a lutto con la scritta "un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Grazie al risveglio delle coscienze e all'aiuto delle associazioni che offrono assistenza morale e legale, i mafiosi hanno iniziato ad avere paura delle denunce. Dalle intercettazioni emerge che preferiscono non andare da certe commercianti "perché hanno l’adesivo di Addiopizzo", per esempio. "Più recentemente, nell'inchiesta "Cupola 2.0", quella che ha sventato nel 2018 l'ultimo tentativo di ricostituire la Commissione provinciale di Cosa nostra, alcuni boss pensavano addirittura di non chiedere più il pizzo perché appunto esponeva a troppi rischi", racconta Figliuolo.

Cosa succede a chi rivela un'estorsione alle forze dell'ordine? Il caso di una denuncia spontanea da parte dell'imprenditore taglieggiato è abbastanza raro. Ciò che accade più spesso è che le vittime decidono di collaborare e confermare ciò che gli investigatori scoprono durante le indagini, attraverso intercettazioni e documenti che registrano le richieste di pizzo. Chi nega di fronte all'evidenza rischia una denuncia per favoreggiamento. La collega di PalermoToday spiega che "non va affatto sottovalutata o ritenuta inutile questa forma di collaborazione, perché bisogna tenere a mente il contesto in cui ci muoviamo: spesso l'emissario di Cosa nostra che chiede di "mettersi a posto" è un commerciante vicino, una persona che si conosce da una vita, e specialmente nei paesi della provincia non è affatto facile decidere di andare in caserma e denunciare. Ed è la prova che la mafia utilizzi l'estorsione soprattutto per mantenere il controllo sul territorio".

Recentemente si è assistito al caso di un imprenditore che ha deciso di filmare i suoi estorsori e che poi è finito su tutti i giornali e le tv come un eroe. "In realtà il suo è stato, dal mio punto di vista (ma anche secondo le associazioni e gli inquirenti), un gesto inutile: non c'è bisogno di esporsi a dei rischi di questo tipo perché la procura e le forze dell'ordine su questo fronte sono assolutamente presenti, se arriva una denuncia sanno esattamente come e quando intervenire. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone civili che, in uno Stato democratico, di fronte a un atto illecito si rivolgono alle autorità preposte a sanzionarlo".

L'imprenditore che denuncia viene tutelato, se necessario anche con vigilanze dinamiche o con scorte. E può accedere ai fondi contro il pizzo e l'usura che danno diritto anche ad agevolazioni fiscali. Le associazioni antiracket poi "accompagnano" gli imprenditori e i commercianti che si ribellano, aiutandoli sia da un punto di vista burocratico che giudiziario. "Molti di loro, anche se hanno denunciato solo quando convocati da carabinieri e polizia, si costituiscono parte civile nei processi e non esitano ad indicare i loro estorsori in aula. Il sostegno morale non va sottovalutato: permette a chi denuncia di non sentirsi solo in un contesto in cui comunque le ritorsioni sono sempre possibili", conclude Figliuolo.

Perché le denunce non bastano

Ma non basta. A trent'anni dalla lettera al "caro estortore" di Libero Grassi, oltre alle denunce servono le politiche sociali e il lavoro, soprattutto in contesti colpiti da povertà e degrado dove l'illegalità diffusa diventa anche un ammortizzatore sociale che assicura la sopravvivenza. "Quello che in questo momento più ci preoccupa - spiega l'associazione Addiopizzo - non è tanto il rischio di recrudescenza dell'usura e del condizionamento mafioso di imprese e famiglie in difficoltà. Rispetto a tale pericolo i magistrati della procura di Palermo e le forze dell'ordine continuano a operare efficacemente liberando vittime di estorsione, pezzi di territorio e di economia dal controllo di Cosa nostra. Quello che più ci inquieta è che i vuoti creati dall'azione repressiva possano, nel tempo, rimanere tali e senza risposte politiche".

Si tratta di vuoti che soprattutto in questo periodo drammatico, di crisi sanitaria ed economica, "diventano voragini se il lavoro, l'accesso al credito, la cassa integrazione, il sussidio alimentare, l'istruzione con l'accesso alle tecnologie informatiche e la salute rimangono più che diritti per tutti un miraggio per molti - spiega l'associazione che aiuta chi si oppone alle estorsioni -. Per queste ragioni siamo convinti che non sia ormai più sufficiente che le associazioni antiracket si limitino a sostenere commercianti e imprenditori a denunciare estorsioni ed usura se non si orienta il loro contributo anche per rimuovere le condizioni di povertà che contribuiscono ad alimentare fenomeni criminali e di illegalità diffusa".

Ci sono aree di Palermo e altre città siciliane attraversate da sacche di povertà e degrado sociale e urbano dove l'emergenza sanitaria ha accentuato le disuguaglianze e favorito l'illegalità diffusa e organizzata. In questi mesi per provare a superare l'emergenza sono state stanziate decine di miliardi di euro per offrire soprattutto garanzie pubbliche per accedere al credito. "Ma piuttosto che investire, in particolare, su tali misure che rimangono per molti impantanate in ritardi e lungaggini burocratiche, perché non dotare delle risorse necessarie le leggi che esistono da anni e che sono senza fondi?", si chiede Addiopizzo. Il riferimento, soprattutto, è alla legge regionale che vige in Sicilia dal 2008 e consente il rimborso degli oneri fiscali e previdenziali alle vittime di estorsione. Il varo di questa norma fu presentato come una novità che avrebbe segnato "la svolta nella prevenzione e contrasto al racket delle estorsioni", ma "il sistema non è sempre efficiente e le risorse non sono mai adeguate", denuncia Salvo Caradonna, socio fondatore e legale di Addiopizzo che abbiamo raggiunto al telefono.

A distanza di tredici anni dall'approvazione di quella legge, la maggior parte delle vittime che hanno trovato la forza e il coraggio di denunciare non hanno avuto alcuna possibilità di accedervi, "visto che le risorse sono state nel corso degli anni falcidiate da chi, senza distinzioni, si è avvicendato al governo della regione e sugli scranni dell'Assemblea regionale siciliana. In un momento in cui c'è bisogno di liquidità è paradossale che certe norme non abbiano risorse adeguate", sottolinea Addiopizzo. È soprattutto questa la sfida in tema di lotta alle estorsioni in tempi di emergenza Covid-19. Servono risposte politiche concrete, oltre alle denunce degli uomini onesti.

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