Sabato, 17 Aprile 2021
Trattativa Stato - Mafia

Cade il primo segreto: "Soldi dello Stato dati ai padrini delle cosche"

Svelato il contenuto del documento chiamato "Protocollo Farfalla". Esisteva un patto tra servizi segreti - allora guidati dal generale Mori - e la mafia: soldi in cambio di informazioni. Ma quali?

ROMA - Un circolo vizioso senza una via d'uscita. Un paradosso lampante: soldi ai padrini per sconfiggere i padrini. I servizi di sicurezza italiani hanno offerto, per anni, laute ricompense a otto autorevoli boss di Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra - in cella al 41 bis - per cercare di ottenere informazioni. 

Eccolo, dopo dieci anni, il segreto che è stato custodito dentro un documento di sei pagine chiamato "Protocollo Farfalla", sul quale nel luglio scorso il governo Renzi ha deciso di togliere il segreto di Stato. Ma il segreto è durato un decennio e c'è adesso la certezza che dal 2004 i vertici dell'allora Sisde e del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, avessero siglato un accordo per dare ai boss soldi di Stato.

Il protocollo Farfalla - racconta Repubblica, che ne ha svelato per prima il contenuto - ha previsto la stipula di un patto riservatissimo con gli irriducibili delle mafie. Tanti soldi in cambio di informazioni sui segreti del crimine organizzato in Italia. Soldi provenienti dai fondi riservati dei Servizi. 

I nomi finiti nelle sei pagine finora riservate sono di quelli "forti", d'eccezione. Anche troppo. Gli uomini di Stato hanno contatta e "trattato" con Cristoforo Cannella, uno dei sicari della strage Borsellino, con i palermitani Vincenzo Buccafusca e Salvatore Rinella, con il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo. Gli 007 si sono presentati anche nelle celle del camorrista Modestino Genovese e dello 'ndranghetista Antonino Pelle. 

Ora, sul protocollo Farfalla indagano i pm dell'inchiesta trattativa Stato-mafia, e anche la commissione antimafia. Che vogliono vederci chairo: i servizi segreti hanno mai pagato uno degli assassini di Borsellino o qualche altro capomafia al 41 bis? Per quali rivelazioni? La sensazione è che le sei pagine dicano di sì, ma non si ancora in cambio di quali importantissime informazioni. 

Per gli uomini dei Servizi è tutto legittimo, mentre per i pm palermitani è un ulteriore prova dell’attività "opaca e occulta". Attività che si inserisce nel processo sulla "trattativa Stato-mafia" e soprattutto nel processo d'appello al generale Mario Mori, l'ex direttore del Sisde assolto in primo grado dall'accusa di aver favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano grazie a un blitz progettato ma mai realmente messo in atto. 

In aula, il pg Roberto Scarpinato e il sostituto Luigi Patronaggio hanno chiesto di riaprire il caso: "Il punto critico del protocollo è la mancanza di un controllo di legalità da parte della magistratura". Il giudizio della procura generale sull'ex direttore del Sisde è pesantissimo: "Ha disatteso i suoi doveri istituzionali". Nel mirino anche la fuga del boss Nitto Santapaola, negli anni '90, con il pg che accusa di aver "trovato una relazione di servizio falsa". "Il modus operandi di Mori è stato sempre da appartenente a strutture segrete", ha accusato Scarpinato. 

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