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Mercoledì, 25 Maggio 2022
"Nessuna collaborazione dall'Egitto"

Nuova beffa sul caso Regeni, processo sospeso: "Draghi intervenga"

Il gup di Roma ha sospeso il procedimento a carico dei quattro 007 accusati del sequestro e dell'omicidio dello studente italiano, disponendo nuove ricerche. Il legale della famiglia Regeni: "Ennesima presa in giro. Chiediemo l'elezione di domicilio dei 4 imputati e lo svolgimento del processo"

Il gup di Roma Roberto Ranazzi ha deciso di sospendere il procedimento a carico dei quattro 007 egiziani accusati di avere sequestrato, torturato ed ucciso Giulio Regeni. La disposizione è arrivata dopo le comunicazioni arrivate sia dal ministero della Giustizia, sia dai carabinieri del Ros, in merito al rifiuto delle autorità egiziane ad una collaborazione con l'Italia. Secondo il giudice è un dato di fatto il rifiuto dell'Egitto di collaborare e sono pretestuose le argomentazioni della Procura generale del Cairo. Il giudice ha disposto nuove ricerche degli imputati affidate al Ros e ha rinviato il processo al prossimo 10 ottobre: in quell'occasione verra sentito anche il capo dipartimento Affari di giustizia del ministero Nicola Russo sugli eventuali sviluppi dopo la nota inviata alle autorità egiziane in seguito all'incontro del 15 marzo scorso.

Il legale della famiglia Regeni: "Ennesima presa in giro, Draghi intervenga"

Una nuova beffa per la famiglia di Giulio Regeni, che ha espresso la propria indignazione attraverso l'avvocato Alessandra Ballerini: "Prendiamo atto dei tentativi falliti del Ministero della Giustizia di ottenere concreta collaborazione da parte delle autorità egiziane e siamo amareggiati e indignati dalla risposta della procura del regime di al Sisi che continua a farsi beffe delle nostre istituzioni e del nostro sistema di diritto. Chiediamo che il presidente Draghi condividendo la nostra indignazione pretenda, senza se e senza ma, l'elezione di domicilio dei 4 imputati dal presidente al Sisi e ci consenta lo svolgimento del processo per ottenere giustizia riguardo il sequestro le torture e non l'omicidio di Giulio''.

''La lesione della tutela della vita, della libertà e dell'integrità dei cittadini all'estero, come la Presidenza del Consiglio ricorda nel suo atto di costituzione di parte civile, costituisce grave pregiudizio dell'immagine e del prestigio dello Stato Italiano nella sua funzione di protezione dei propri cittadini. Quindi - ha aggiunto il legale- visto il conclamato ostruzionismo, egiziano pretendiamo da parte del nostro governo la necessaria, tempestiva e proporzionata reazione''. ''Stare inermi ora, permettere al regime di al Sisi di bloccare questo processo faticosamente istruito, consentirebbe l'impunità degli assassini di Giulio ed equivarrebbe ad essere loro complici. Il nostro governo ha il dovere invece di esigere energicamente giustizia. Il governo alzi la voce e la faccia sentire, pretendendo l'elezione di domicilio di questi 4 imputati. Sappiamo chi sono e dove lavorano, bisogna permettere a questo processo di andare avanti. Oggi - ha concluso - è stata un'ennesima presa in giro per tutti noi per tutti voi, per tutti noi. Nessuno di noi è più al sicuro all'estero''.

La richiesta d'incontro rimasta senza risposta

L'Egitto ''non ha ancora fornito un riscontro'' alla lettera del 20 gennaio scorso che la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha indirizzato all'omologo egiziano per chiedere un incontro sul caso Regeni. Il dato emerge dalla nota che il ministero di via Arenula ha inviato al gup di Roma, Roberto Ranazzi, dopo l'ordinanza del 10 gennaio scorso con cui il giudice chiedeva al ministero di avviare una interlocuzione con le autorità egiziane per ''consentire la notifica degli atti'' ai quattro 007 egiziani imputati. ''Con quella missiva - si legge nel documento - la Guardasigilli italiana ha esplicitamente espresso la volontà di recarsi al Cairo per incontrare il suo omologo al fine di interloquire sui passi necessari a rimuovere gli ostacoli per la celebrazione in Italia del procedimento penale relativo al decesso di Regeni''. Nella nota si spiega inoltre che la condizione ''fermamente posta'' dalla Cartabia è che durante l'incontro ''si affronti il caso Regeni''. ''Ad oggi, nonostante i ripetuti passi svolti del nostro ambasciatore al Cairo, il ministro della giustizia egiziano non ha ancora fornito un riscontro alla lettera della ministra Cartabia'' si legge.

Il ministero della Giustizia: "Nessuna collaborazione dall'Egitto"

Nessuna collaborazione con l'Italia dalle autorità egiziane sul caso di Giulio Regeni.  Una chiusura netta quella contenuta nella nota che il ministero della Giustizia ha inviato al gup di Roma in occasione della nuova udienza preliminare del procedimento a carico dei quattro 007 accusati di avere rapito, torturato e ucciso il ricercatore friulano nel 2016. Lo scorso gennaio il giudice aveva chiesto al governo italiano di verificare la possibilità di una "interlocuzione" con le autorità del Cairo. Nella nota, il ministero della Giustizia sottolinea il ''rifiuto dell'Egitto di collaborare nell'attività di notifica degli atti'' con l'Italia così come il no ad un incontro tra il ministro Marta Cartabia e il suo omologo egiziano. Lo scorso 15 marzo il direttore della cooperazione giudiziaria italiana si è recato in Egitto per un incontro e in quell'occasione gli è stato comunicato che la competenza è della Procura Generale che considera chiuso il caso Regeni e che non è possibile andare avanti con ulteriori indagini sui quattro indagati in Italia. I carabinieri del Ros inoltre, ai quali erano state affidate nuove ricerche sul domicilio degli indagati, hanno fatto sapere di essere riusciti ad acquisire solo l'indirizzo del luogo di lavoro dei quattro 007 egiziani e non il domicilio, necessario per il codice di procedura internazionale. Dopo la lettura della nota inviata dal ministero della Giustizia, il giudice si è ritirato in camera di consiglio per decidere su un rinvio o sulla sospensione del procedimento.

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