Mercoledì, 23 Giugno 2021
Sociale

Dopo due anni a Reggio Calabria riapre l'unico asilo nido

Le famiglie della città non hanno avuto accesso al servizio perché non c'era nessuna struttura predisposta. Una situazione al limite dell'assurdo, se si pensa che i bimbi tra zero e tre anni qui sono circa 5mila

Foto di Action Aid

Ci sono voluti due anni per farsì che a Reggio Calabria potesse riaprire un asilo nido pubblico. Dall'autunno 2013, con la chiusura dell'asilo aziendale Cedir per mancanza di finanziamenti, e quella precedente per inagibilità nel 2012 di altre due strutture, il servizio non veniva garantito ai circa 5mila bambini tra gli zero e i tre anni. In ogni caso fino a che tutte le strutture non sono state chiuse, le ultime rimaste in piedi coprivano appena lo 0,49% della domanda. Il tutto era decisamente al di sotto del target europeo: secondo l'Ue l'offerta pubblica dovrebbe essere garantita almeno per il 33% della popolazione infantile. Invece a Reggio Calabria a pieno regime, nel caso venissero riattivate tutte le vecchie strutture, si arriverebbe ad avere 145 posti e quindi a coprire al massimo solo il 2,8%.  

La storia di questa città e dei suoi servizi per l'infanzia è diventato un vero e proprio caso, di cui si è occupata Action Aid, tanto che è stata proprio l'ong a riaprire la struttura. Racconta il segretario generale di Action Aid, Marco De Ponte: "Sin dall’inizio di questa vicenda, ActionAid è scesa in campo al fianco dei genitori reggini per accendere i riflettori su una situazione inammissibile attraverso la campagna #chiediamoasilo, partita nel gennaio 2014 con il lancio di una petizione e l’avvio di un’azione legale, per chiedere alle istituzioni la riapertura degli asili nido pubblici, tramite una gestione trasparente e responsabile delle risorse e la garanzia di una più ampia partecipazione dei rappresentanti delle famiglie alla fase di attuazione del piano dei servizi all'infanzia". La battaglia ha avuto un testimone d'eccezione, l'attore Enrico Bertolino.

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Ma il lavoro da fare è ancora tanto: il comune di Reggio Calabria nel 2012 ha ridotto del 28% la spesa per i servizi all'infanzia nonostante l'aumento del 72% delle entrate generato da alcune categorie di tasse (rifiuti, Irpef, Ici, Imu). C'è poi un altro aspetto della questione: proprio per la carenza di servizi, spesso chi ci rimette sono proprio le mamme di questa regione, dove il tasso di disoccupazione femminile è il più basso d'Italia con il 26,6%. 

Per tutte queste ragioni Action Aid e i genitori della città hanno monitorato l'azione del Comune nella gestione dei fondi nazionali ricevuti nel quadro del Piano d’azione coesione (Pac), che riguarda proprio i servizi di cura e per l’infanzia. È stata portata avanti un'azione legale dall'organizzazione con l'obiettivo di favorire rapidamente il riavvio dei servizi all’infanzia e di facilitare l’adozione di meccanismi a garanzia di servizi adeguati, non solo a Reggio ma su tutto il territorio italiano. 

UNA STORIA TUTTA ITALIANA - Non c'è troppo da stupirsi però: l'Italia spende per la cura alla prima dell’infanzia lo 0,2% del Pil, la metà della media dei Paesi Ocse. C'è uno strumento per le spese di questo settore e per la loro attuazione: il Programma nazionale servizi di cura all'infanzia. Esiste dal 2013 e si colloca nell'ambito del Piano d'azione coesione (pac): si tratta di un pacchetto di risorse specifiche destinate alle regioni con obiettivo europeo di accelerare la convergenza degli stati membri dell’Unione europea e delle regioni in ritardo di sviluppo, migliorando le condizioni di crescita e di occupazione. In Italia le regioni coinvolte dal piano sono quattro: Campania(101.057.601€), Puglia(82.500.185€), Sicilia (106.900.754€) e ovviamente Calabria (48.837.102€). L'idea è quella di aggiungere alle risorse dei singoli comuni dei finanziamenti aggiuntivi proprio per alcuni servizi, tra cui quelli per l'infanzia. Con la legge di Stabilità del 2015 però questo pacchetto di finanziamenti ha subito un taglio di 102 milioni, passando da 730 milioni a 627 milioni di euro.

LE SPESE DELLE FAMIGLIE - Secondo gli ultimi dati Istat in Italia essere un bambino in una regione piuttosto che in un'altra significa crescere diversamente: la Calabria si presenta come la regione con il tasso di presa in carico più basso d'Italia per i servizi per l'infanzia, pari al 2,1% contro una media nazionale del 13,5%. Seguono la Campania (2,7%), la Puglia (4,4%) la Sicilia (5,6%) e la Basilicata (7,0%). La regione con il tasso più alto è l'Emilia-Romagna (27,3%), altrettanto virtuosa la Toscana (22,8%) mentre il Lazio si attesta intorno al 17,3%, al pari di Lombardia (17,5%) che tra le Regioni del Nord risulta tra le più performanti, seguita da Piemonte (13.3%) e Liguria (12,9%). Per gli asili niodo si è speso circa 1 miliardo e 559 milioni di euro in un anno ma il 19,2% di tale spesa è rappresentato dalle quote pagate direttamente dalle famiglie

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