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Sabato, 18 Maggio 2024
Il caso

Dichiarò il falso per paura di essere respinto dalla polizia, migrante assolto

Un comportamento dettato da uno "stato di necessità" ovvero sfuggire al vortice violento dei respingimenti e per questo motivo da ritenersi "non punibile" secondo il giudice. L'avvocato Bove: "L'ennesima conferma che le riammissioni sono illegittime"

Dichiarare il falso per sfuggire alle riammissioni informali e così non precipitare nel vortice violento dei respingimenti a catena tra Slovenia, Croazia e Bosnia, non è da considerarsi reato. A stabilirlo sono le motivazioni con cui il giudice del tribunale di Trieste, Massimo Tomassini, ha assolto un giovane pakistano di 28 anni dall'accusa di falso. Z. (nome di fantasia), aveva dichiarato di avere 15 anni perché, così facendo, avrebbe evitato di finire nuovamente "picchiato" e malmenato dalla polizia balcanica. Insomma, un comportamento dettato da uno "stato di necessità" e per questo motivo, da ritenersi "non punibile". Secondo la sentenza (emessa lo scorso novembre, ma le cui motivazioni sono state rese pubbliche solo il 15 febbraio)  "la scelta di fornire false generalità circa la propria età è stata dettata non con l'intenzione di trarre in inganno le Autorità [...] ma esclusivamente di evitare guai molto peggiori qualora 'rimandato' al di fuori dell'Italia, e dunque potenzialmente esposto a maltrattamenti al fine di essere nuovamente portato extra UE". 

L'avvocato: "Conferma che le riammissioni sono illegittime"

Una decisione che, secondo l'avvocato Caterina Bove (che ha difeso l'imputato), rappresenta una "ulteriore conferma che le pratiche delle riammissioni sono illegittime e che, siccome il governo ha annunciato di volerle riattivare (così il ministro dell'Interno Piantedosi, in occasione di una visita istituzionale a Trieste), dovrebbe farci riflettere". Il giovane oggi vive in Italia ma non più nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia. Era stata una pattuglia della polizia di Trieste, il 20 novembre del 2020, a rintracciare il ventottenne "nella zona via Valmaura". Nello spazio dove indicare la data di nascita Z. scrive "10 agosto 2005". Poco dopo gli viene trovato addosso un documento prodotto dalle autorità serbe. In realtà, Z. non ha 15 anni, bensì 25. Z., di conseguenza, viene denunciato per aver reso false dichiarazioni. 

Falso per non rischiare di essere espulso

Ma in realtà il giovane ha dichiarato il falso, così si legge nelle motivazioni della sentenza del giudice Tomassini, per "non correre il rischio di essere nuovamente espulso". Elementi "di fatto e di diritto" particolarmente rilevanti, soprattutto se inseriti in una più approfondita analisi del cosiddetto fenomeno della rotta balcanica e dei respingimenti. "Sono stato respinto due, tre volte dalla polizia croata e sono ritornato indietro in Bosnia, sono stato picchiato e sono stato respinto [...], prima hanno perquisito, poi ci ha tolto le scarpe, ci ha picchiato [...] dopo della Slovenia quando siamo consegnati all'autorità croata" si legge nella testimonianza. L'ennesima storia di violenza e di mancato rispetto per i diritti umani alla frontiera d'Europa. Quando parla delle violenze compiute lungo la rotta balcanica, il giudice definisce le dichiarazioni rese da "non pochi migranti" come "gravissime ed indicative di una assoluta mancanza di rispetto per i basilari diritti umani". 

"L'unica destinazione era la Bosnia"

Il ventottenne, una volta respinto dall'Italia (il verbale di polizia afferma "alle successive ore 16 [del giorno in cui viene fermato nda] i tre stranieri venivano quindi riammessi in territorio sloveno"), ripiomba nell'incubo dei metodi di polizia balcanici. "Droni e termocamere", "scanner per veicoli impiegati come armi contro persone in movimento", "sequestro e distruzione di telefoni cellulari e batterie", tutti elementi capaci di creare una situazione di "franco ed innegabile pericolo personale". Vicende che Tomassini definisce "la intrinseca lesione del diritto soggettivo". Z., conclude il giudice, ha agito per evitare "un grave danno alla persona" e nelle condizioni di necessità di evitare a sé stesso di "essere respinto in Slovenia, e da lì a catena in Bosnia". 

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