Domenica, 26 Settembre 2021
Cronaca Pescara

Rigopiano, due anni dopo quella maledetta valanga: il ricordo di chi ha scavato tra le macerie

Il racconto di Giuseppe Romano, direttore centrale per le emergenze all'epoca della tragedia che costò la vita a 29 persone, sepolte dalla neve il 18 gennaio del 2017: “Uno scenario talmente complicato da farlo diventare un caso di studio”

Prima il silenzio della notte, poi il fragore sordo della valanga, la neve che travolge tutto e fa tornare la quiete, portando un nuovo silenzio più triste e gelido, senza voci e senza speranze. Sono passati due anni da quel maledetto 18 gennaio del 2017 in cui 29 persone morirono tra le macerie dell'hotel Rigopiano, albergo di Farindola, in provincia di Pescara, travolto e devastato da una enorme massa di neve. Delle persone che erano all'interno della struttura quella notte soltanto undici riuscirono a salvarsi, estratti vivi dai Vigili del Fuoco dopo ore trascorse in quella prigione di cemento e ghiaccio, al buio e senza sapere con certezza cosa fosse successo. 

Un'esperienza unica nel suo genere, soprattutto per le difficoltà create da uno scenario complesso che adesso è diventato un caso di scuola, come racconta l'ingegnere Giuseppe Romano, che all'epoca della tragedia era direttore centrale per le emergenze: “Tutta l'operazione è stata complicatissima, sono situazioni che segnano la vita. Era uno scenario davvero difficile. Uno scenario che l'Italia ha riproposto a livello internazionale: l'anno prossimo con il dipartimento della protezione civile dovremmo riuscire a fare un'esercitazione in una situazione analoga. E' diventato un caso di scuola, non solo per i vigili del fuoco italiani ma anche per tutto il mondo che si occupa di ricerche sotto le macerie, che una situazione del genere non l'ha mai vista”.

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“Abbiamo impiegato tutte le risorse che si potevano mettere in campo, eccetto i sommozzatori abbiamo utilizzato tutte le competenze che abbiamo all'interno del Corpo – spiega Romano - e tutte sono state utili, compresa la ricerca delle sostanze pericolose, perché c'era il gas proveniente dalle cucine”. 

L'ingegnere Romano si occupava del coordinamento delle operazioni di salvataggio e nella mattinata successiva alla valanga si trovava sul posto: “La prima difficoltà è stata raggiungere il luogo dove sorgeva l'albergo, un lungo percorso aperto dalla turbina, un senso unico lungo alcuni chilometri, era difficile portare le attrezzature.

Il primo giorno la cena mandata agli operatori partita alle 18.30 è arrivata alle 2 di notte. Prima di capire se la valanga si era conclusa e quale era la condizione di rischio c'è voluto un po', le condizioni atmosferiche non consentivano di valutare la situazione a monte. Il rischio nelle prime fasi è stato un fattore determinante di cui tenere conto, abbiamo piazzato un radar speciale che serviva a monitorare la neve”.

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“Abbiamo dato una risposta al massimo livello possibile - assicura Romano - in uno scenario totalmente nuovo nel mondo del soccorso, anche del soccorso in montagna, un terremoto associato a una valanga, che aveva tranciato il bosco, che di solito serve a frenarla. In alcuni casi per garantire il ricambio degli operatori, per farli riposare dopo ore e ore di lavoro, bisognava portarli via con la forza, non volevano mollare”.

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A raccontare il ricordo di quelle ore drammatiche c'è proprio uno degli operatori che in quei giorni lavorò strenuamente per salvare quante più vite possibile, Fabio Tabanella della squadra Usar del Lazio: “Non vedevamo nulla, era tutto ricoperto dalla neve che aveva nascosto le macerie.  Abbiamo lavorato tantissimo prima per trovare le macerie poi abbiamo per cercare le persone vive . Ero a pochi metri dal collega che uscendo da uno dei fori ci ha allertato dicendo di avere sentito delle voci. Lì si è messo in moto tutto il sistema per il recupero: questa è una scena che rimane ancora viva della memoria”.

“C'era sempre il rischio di nuove frane mentre lavoravamo incastrati nei cunicoli avevamo le sentinelle per dare allarme ma raggiungere la zona di sicurezza era difficile. Quando abbiamo trovato l'ultimo superstite rimasto incastrato per circa 60 ore, abbiamo scavato tutta la notte, aveva spazi limitati, ogni momento era prezioso”, continua Tabanella, che poi rivolge il suo pensiero ai bambini salvati: “Gli avevamo promesso di portarli al cinema e lo abbiamo fatto”.

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