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Venerdì, 3 Febbraio 2023
Cronaca

Riina scarcerato? I familiari delle vittime: "Una nuova ferita"

Dopo il pronunciamento della Cassazione sul differimento della pena, la decisione finale spetta al tribunale di Sorveglianza di Bologna. "Esistono ancora il Paese, lo Stato e la Giustizia nella quale ci hai insegnato a credere tu?", scrive Rita Dalla Chiesa, postando una foto del padre Carlo Alberto

Il boss Salvatore Riina ha diritto ad “una morte dignitosa” e per questo potrebbe godere del differimento dell’esecuzione della pena. La Prima Sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato infatti l’ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva respinto la richiesta presentata dai legali del padrino corleonese di differimento dell’esecuzione della pena o, in subordine, di detenzione domiciliare a causa delle gravissime condizioni di salute di Riina.

Arrestato il 15 gennaio del 1993 a Palermo, dopo una latitanza di 24 anni, Salvatore Riina è rinchiuso nel carcere di Parma. Numero uno indiscusso di Cosa nostra, per oltre due decenni ha guidato la criminalità organizzata siciliana, dichiarando apertamente guerra allo Stato in un attacco frontale culminato nella cosiddetta “stagione delle stragi”.

L'ipotesi di una scarcerazione ha generato la dura reazione di politici, familiari delle vittime di mafia, semplici cittadini. Anche sui social network sono rimbalzate immagini delle stragi del 1992 e dei delitti commissionati da Cosa nostra. L'istanza di differimento della pena era già stata respinta e il legale aveva fatto ricorso. La Corte ha stabilto che il giudice deve verificare e motivare "se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza e un'afflizione di tale intensità" da andare oltre la "legittima esecuzione di una pena" perchè "il diritto a morire dignitosamente" deve essere assicurato a ogni detenuto“. La decisione finale spetta adesso al tribunale di sorveglianza di Bologna.

Come scrive Nadia Palazzolo su PalermoToday, i familiari delle vittime di mafia "urlano" tramite i social network e la stampa il loro dolore mai sopito. Rita Dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, affida a Instagram le sue riflessioni. "Il tuo sorriso, papà - scrive postando una fotografia del genitore - è la migliore risposta alla sentenza di Cassazione su una possibile scarcerazione di Totò Riina, per motivi di salute. 'Anche un boss deve avere dignità nella malattia', affermano i giudici. Lo sai che rideva, quando mi sentiva parlare di te?... Esistono ancora il Paese, lo Stato e la Giustizia nella quale ci hai insegnato a credere tu? E Falcone, Borsellino, e tutti gli altri al quale lui ha spezzato famiglie e futuro con le pallottole. Facile, vero? I grandi uomini che per poter vivere devono ammazzare gli altri. Sorridi, papà, lassù siete in tanti ad avere avuto dignità in vita. Vi amo tutti. Ma te di più".

Per Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, la scarcerazione di Riina sarebbe "un'ulteriore ferita" per le vittime. "Quando qualche anno fa Provenzano era incapace di intendere e di volere, sono stato fra quelli che erano favorevoli a restituirlo ai suoi cari e lo sarei anche oggi se le condizioni di Riina fossero le stesse. Ma non mi pare che sia così". "Il diritto a morire dignitosamente - scrive su Facebook Luigi Ciotti, fondatore di "Libera" - vale per ogni persona detenuta, in accordo a quella più ampia umanizzazione della pena che contrassegna la civiltà di un Paese, come ci ricorda la Costituzione. Non fa eccezione Toto Riina, al quale è giusto assicurare tutte le cure necessarie in carcere e, se occorre, in ospedale, affinché la detenzione non aggravi le sue condizioni di salute. Sull’ipotesi – avanzata dalla Cassazione – di una mutazione della pena detentiva in arresti domiciliari, sono certo che il Tribunale di Bologna valuterà con saggezza e piena cognizione di causa, tenendo conto di tutti i fattori in gioco. Perché certo c’è una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi e dalla presenza o meno – che in questo caso non c’è stata – di una presa di coscienza, di un percorso di ravvedimento e di conversione. Ma c’è anche una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro famigliari. Molti di loro ho avuto la fortuna di conoscerli, e di apprezzarne il coraggio e la fermezza d’animo, la ricerca di verità e la speranza incrollabile nella giustizia, il rispetto per le istituzioni e la volontà di trasformare il dolore in impegno, in contributo alla costruzione di una società più giusta.C’è dunque un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c’è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni".

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