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Martedì, 23 Aprile 2024
Tutte le domande senza risposta / Catania

Salvatore La Motta uccide due donne e si suicida: il giallo del movente e il ruolo del secondo uomo

Carmelina Marino e Santa Castorina sono state uccise sabato a Riposto dall'ergastolano in semilibertà che stava usufruendo di una licenza premio. Le indagini sono solo all'inizio, molto resta da chiarire

Tre morti. Tante domande per ora senza risposta. Carmelina Marino e Santa Castorina sono state uccise sabato a Riposto (Catania) da Salvatore La Motta. Un duplice omicidio che resta per ora senza un movente. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha chiesto all'Ispettorato generale di avviare urgenti accertamenti preliminari sui tragici fatti. 

Riposto: Turi La Motta uccide Carmelina Marino e Santa Castorina, poi si suicida

Nella mattina di sabato 11 febbraio è stato trovato il corpo di Carmelina Marino, 48 anni. Il cadavere è in auto, una Suzuki Ignis, sul lungomare a poca distanza dal Porto turistico. Sul viso la ferita di un proiettile. Poco dopo viene trovato il cadavere Santa Castorina, 49 anni. Anche lei è stata uccisa con un colpo di arma da fuoco e lasciata per terra in via Roma, non lontano dalla sua auto. Passa poco tempo e Salvatore La Motta, detto "Turi", 63 anni, si toglie la vita davanti alla locale caserma dei carabinieri. La Motta è un pregiudicato, ergastolano in semilibertà che stava usufruendo di una licenza premio. Doveva rientrare proprio sabato nel carcere di Augusta, nel Siracusano. 

La Motta sapeva di essere ricercato per i due femminicidi che aveva commesso a Riposto, quando ha risposto alla chiamata del suo avvocato Antonino Cristofero Alessi. Dopo aver fatto fuoco, avrebbe promesso al legale di costituirsi: "Avvocato sto venendo, vengo io". L'idea di far contattare l'omicida, ergastolano in permesso premio, dal suo legale è stata dei carabinieri. L'avvocato infatti si trovava casualmente in caserma per seguire un altro caso quando gli è stato chiesto di contattarlo per convincerlo a consegnarsi. "Ho chiamato La Motta utilizzando il viva voce - ricostruisce il penalista - e gli ho detto di costituirsi ai carabinieri, di dirmi dove si trovava che potevano andare a prenderlo e sapendo che poteva contare sulla mia presenza per l'immediata assistenza legale. Lui mi ha risposto 'sto venendo, vengo io'". Cinque minuti dopo si è tolto la vita: "Aveva un'arma in mano e mi ha chiamato 'Antonio', con il mio primo nome, i carabinieri gli hanno intimato di posare la pistola, e poi ho sentito lo sparo", dice il legale.

"Mai avrei immaginato - sottolinea l'avvocato - che potesse accadere tutto questo, non c'è stato nessun segnale pregresso, nessuno. Impensabile. Era un detenuto che aveva usufruito dei permessi di legge per buona condotta: lavorava a Riposto, prima in un panificio, poi in una rivendita di formaggi. Durante i due anni di Covid dormiva a casa della sua famiglia, dal 3 gennaio, finita l'emergenza pandemica, rientrava la sera al carcere di Augusta, nel Siracusano". 

Il giallo del movente e il ruolo del secondo uomo

Il movente resta poco chiaro. L'ipotesi resta quella di questioni personali. La Motta avrebbe avuto una relazione con una delle due vittime, Carmelina Marino. Gli investigatori indagano sulla vita delle due donne cercando soprattutto di mettere a fuoco il legame fra l'assassino e la sua seconda vittima, Santa Castorina. Al momento non è affatto chiaro. Ufficialmente fra i tre non c’era alcun rapporto particolare.

Dettagli e particolari potranno emergere dalla visione di tutti i sistemi di videosorveglianza delle due zone dove sono stati commessi i delitti e soprattutto dal controllo dei tabulati di telefonini delle due donne e del killer.

Si indaga. Alcuni video sono già stati sequestrati e sono al vaglio degli inquirenti, altri lo saranno a breve. In un filmato si vedrebbe Melina Marino a bordo della sua auto parcheggiata lungo la strada e l'omicida - il quale era all’ultimo dei sette giorni di permesso premio per buona condotta - che, dopo essere sceso dal veicolo guidato da un'altra persona, raggiunge velocemente la donna che sedeva dal lato guidatore, apre la portiera lato passeggero e sporgendosi nell'abitacolo fa fuoco, colpendola mortalmente alla testa.

L'auto con cui l’assassino arriva e poi si allontana dal luogo del primo omicidio è di un 55enne, fermato sabato sera per concorso in omicidio, mentre stava abbandonando la propria abitazione. Nel corso dell’interrogatorio davanti al sostituto procuratore si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il suo avvocato dice: "Con una velocità certamente straordinaria ma non necessaria è stato notificato domenica, giorno che non consente di recarsi in visita dal proprio assistito, né di visionare gli elementi di accusa a suo carico, l'avviso di interrogatorio per la convalida del fermo del Valvo Lucio fissato per lunedì mattina davanti al Gip. Così l'indagato non potrà che avvalersi nuovamente della facoltà di non rispondere, come ha già fatto davanti al pm".

Ci sono anche altre domande senza risposta:  qualcuno ha aiutato La Motta anche a raggiungere la sua seconda vittima? Cosa è successo nelle due ore passate fra il secondo omicidio e il momento in cui La Motta si presenta, con una pistola in mano, di fronte alla caserma dei carabinieri? Perché il giudice di sorveglianza di Siracusa ha concesso a La Motta, detenuto dal 2000 e con condanna all’ergastolo da poco confermata, permessi premio?

cadavere caserma riposto  foto CataniaToday

Chi era "Turi" La Motta

Risale al 16 giugno del 2000 l'arresto di Salvatore La Motta, fratello di Benedetto, detto Benito, che sta scontando 30 anni per omicidio, indicato come esponente di spicco del clan Santapaola-Ercolano. Come riporta CataniaToday, il killer otto giorni prima di quella data era stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise d'Appello di Catania perchè accusato di essere uno dei componenti del gruppo di fuoco che il 4 gennaio del 1992, davanti a un bar del paese, uccise Leonardo Campo, di 69 anni, ritenuto dagli investigatori uno dei capi storici della malavita di Giarre.

Era anche tra i destinatari nel giugno 1999 dell'ordine di arresto nei confronti di 71 presunti affiliati alla cosca Santapaola attiva tra Fiumefreddo di Sicilia e Giarre. Il fratello boss si trova in carcere per l'omicidio di Dario Chiappone, il 27enne ucciso con sedici coltellate alla gola e al torace a Riposto, la sera del 31 ottobre del 2016. Nel processo è emerso che Benedetto La Motta era indicato come esponente di spicco del clan Santapaola-Ercolano e sarebbe stato lui ad autorizzare l'agguato.

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