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Sabato, 4 Dicembre 2021
Storie di 'ndrangheta

Rocco Molè, il giovane boss che ha provato a cambiare vita (e non ce l'ha fatta)

Dal tentativo tra i ragazzi di Libera di don Ciotti, fino al ritorno in famiglia in Calabria per prendere il comando delle attività criminali. La parabola di Rocco Molè, a cui la 'ndrangheta "ha confiscato la vita"

Un nome che è anche un destino. Una vita già tracciata, impossibile da ribaltare. È la parabola di Rocco Molè, 26enne erede di una dinastia di boss della malavita calabrese e considerato ora il vertice dell'omonima famiglia della piana di Gioia Tauro, nonché "capo, promotore e organizzatore" di un'organizzazione dedica al narcotraffico sgominata dalla Dda di Reggio Calabria. Non è bastata infatti la parentesi con Libera di don Ciotti per recidere i legami con la famiglia, per allontanarlo da quelle dinamiche e fargli cambiare vita. "A questo giovane la 'nrangheta ha confiscato la vita", sono le parole, durissime, di don Ciotti a La Stampa.

A 16 anni, già coinvolto negli affari di famiglia tra traffico di armi e pizzo, Rocco Molè aveva chiesto al tribunale dei minori la "messa alla prova" nell'ambito del progetto "Liberi di scegliere" gestito proprio da Libera. Da Torino, a un certo punto Rocco Molè era però tornato in Calabria, "risucchiato" dalla famiglia. Gli anni nella comunità di don Ciotti che aiuta i ragazzi "a tranciare i legami con le radici criminali" non sono riusciti a deviare il corso della vita di Molè. "Sto puntando su di te perché se il più intelligente. È finito il tempo di giocare. Siamo in guerra e dobbiamo fare i conti con questi", gli diceva il padre Girolamo 'Mommo' Molè, intercettato durante un colloquio in carcere.

A 22 anni Rocco Mulè si ritrova al vertice della cosca, guida le nuove leve, organizza vendette, fa affari dentro e fuori la Calabria. "Comunque qualche cosa di soldi ci danno lo stesso, certo non tutto" ma "ce li devono dare, noi abbiamo rischiato, ce li devono dare se no... Se no entro dentro casa e gli taglio il cuore", dice Rocco Molè intercettato mentre parla del recupero sfumato di un carico di cocaina al porto di Livorno.

Nel 2020, in pieno lockdown, viene arrestato: nella sua masseria a Gioia Tauro gli investigatori trovano mezza tonnellata di cocaina. È in carcere a Bari. Lì ha ricevuto il nuovo ordine di arresto nell'ambito dell'inchiesta "Nuova Narcos Europea", coordinata oltre che dalla Dda di Reggio anche da quelle di Firenze e Milano. "Lo abbiamo aiutato, ci abbiamo creduto. Era stato lui a scegliere la nostra associazione. Lo aveva chiesto al Tribunale, ma non è riuscito a distaccarsi da quel mondo", commenta ora amaro don Ciotti. 

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