Mercoledì, 17 Luglio 2024
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Caso Sallusti, il direttore del Giornale condannato: pena sospesa

La Corte di Cassazione ha confermato la pena a 14 mesi per diffamazione a mezzo stampa ai danni del giudice tutelare di Torino per un articolo del 2007. Una sentenza che è diventata "politica"

I giudici della quinta sezione penale della Cassazione hanno confermato la condanna a 14 mesi emessa il 17 giugno 2011 dalla Corte d'Appello di Milano nei confronti del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. L'accusa: diffamazione a mezzo stampa nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo ai tempi in cui era direttore di Libero. Il capo della Procura di Milano, Bruti Liberati, ha sospeso l'esecuzione della pena: almeno per il momento, dunque, niente carcere per Sallusti.

La Corte - dopo due ore e mezzo di camera di consiglio - ha deciso di respingere completamente il ricorso e ha negato le attenuanti generiche come invece era stato richiesto dal Pg Gioacchino Izzo.

Non solo. Sallusti è stato anche condannato a risarcire la parte civile e a pagare 4500 euro di spese per il giudizio al cospetto della Cassazione.

Dopo aver appreso la notizia della condanna, Sallusti ha prima riunito i caporedattori del Giornale per una riunione straordinaria, quindi ha deciso di dimettersi dalla carica di direttore e, infine, ha comunicato la sua intenzione di non chiedere nessuna misura alternativa alla pena, come i servizi sociali.

LA SENTENZA. Il ricorso di Sallusti in Cassazione era incentrato su un punto dichiarato inammissibile dalla Corte: la tesi sostenuta, infatti, era che l'allora direttore di Libero non fosse fisicamente l'autore dell'articolo, firmato Dreyfus 3, pubblicato nel 2007 e ritenuto diffamatorio nei confronti del giudice tutelare di Torino relativo a un caso di aborto di una ragazza di tredici anni.

Per Monica Senor, che rappresenta Cocilovo, parte civile nel processo a Sallusti, "si tratta di una vicenda che coinvolge un magistrato leso nella sua reputazione. Non possiamo prescindere dal considerare la libertà di informazione come un diritto non assoluto, ma da bilanciare con i diritti del privato cittadino". L'avvocato Senor ha quindi sottolineato come i toni "particolarmente violenti" dell'articolo al centro del processo per diffamazione, nel quale mancano i requisiti di "veridicità e continenza". Inoltre, ha osservato, "passaggi molto brutti nei confronti del giudice Cocilovo, che viene definito un abortista, ci sono anche nel ricorso".

Dal sito del Giornale, ecco la questione 'incriminata'

 

Tutto comincia nel febbraio 2007, quando sul quotidiano torinese La Stampa viene pubblicato un articolo che nel giro di poche ore rinfocola le polemiche mai sopite intorno alla legge sull'aborto. È la storia di una ragazzina di 13 anni, rimasta incinta e autorizzata ad abortire dal tribunale di Torino: ma, dopo la interruzione forzata della gravidanza, preda di scompensi emotivi talmente pesanti da portarla al ricovero in un reparto di psichiatria. Parte immediata la polemica, da una parte chi difende la scelta dei giudici e degli assistenti sociali, dall'altra la Chiesa e il fronte antiaborto si indignano: chi ha permesso a una bambina di abortire senza esplorare altre strade? La notizia rimbalza sulle agenzie di stampa, e l'indomani su diversi giornali. Compreso Libero, allora diretto da Sallusti. Alla vicenda, il quotidiano dedica un articolo firmato dal cronista Andrea Monticone, che racconta senza fronzoli la vicenda, e un corsivo pesantemente critico firmato con lo pseudonimo di “Dreyfus”: «Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice».



REAZIONI. Bipartisan il sostegno all'ormai ex direttore del Giornale, diventato ormai un "martire" del giornalismo italiano.

Per Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, quella subita da Sallusti è "un'intimidazione a tutti i giornalisti a mezzo sentenza. Le norme - fa notare Iacopino - sosterranno pure la decisione, ma la conseguenza è devastante per la libertà di stampa. Ogni organo di informazione vivrà questa decisione come una intimidazione. E il costo maggiore lo pagheranno i cittadini che avranno una informazione ancora meno libera".

Anche il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, interviene sul caso: "E' davvero molto grave che si arrivi ad ipotizzare il carcere per un collega su un cosiddetto reato d'opinione. E' un momento molto basso della nostra civiltà giuridica".

SANTANCHE' (PDL). Per Daniela Santanché, deputata Pdl e compagna di Sallusti, "questo Paese fa schifo e spero che gli italiani se ne rendano conto, aprano gli occhi e scendano in piazza perchè abbiamo davvero raschiato il fondo. La misura è colma - incalza - siamo davanti a una magistratura che non mette in galera ladri e delinquenti ma innocenti, direttori di giornali. E' uno schifo".

GIULIETTI E VITA (PD). "La condanna del direttore del Giornale farà precipitare ulteriormente l'Italia nella già indecorosa graduatoria della libertà di stampa. Non basta manifestare indignazione ma serve un provvedimento d'urgenza per l'istituzione di un 'giurì' per la lealtà dell'informazione e per l'abrogazione immediata del reato di omesso controllo e comunque del carcere per i reati di opinione, oggi applicati contro Sallusti domani contro qualcun altro". Lo scrivono in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita.

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