Venerdì, 27 Novembre 2020

Yara, il giorno del giudizio per Bossetti: venerdì la sentenza

Dopo sei anni di indagini e dieci mesi e mezzo di udienze, il processo è arrivato alla stretta finale: il pm Letizia Ruggeri ha chiesto l'ergastolo per il muratore di Mapello

Venerdì il verdetto del collegio presieduto da Antonella Bertoja

A due anni dal suo arresto, Massimo Bossetti, unico imputato e unico indagato per l'omicidio di Yara Gambirasio, domani conoscerà il suo destino. Un destino che potrebbe chiamarsi ergastolo, con sei mesi di isolamento diurno. La pena massima, quella richiesta dal pm Letizia Ruggeri.

Sono passati quasi sei anni da quel 26 novembre del 2010, quando la piccola Yara scomparve, inghiottita nel buio a poche centinaia di metri da casa sua, mentre rientrava dalla palestra di Brembate di Sopra dove si allenava. Il suo cadavere è stato rinvenuto solo dopo tre mesi dalla scomparsa.

Prima che i giudici si riuniscano in camera di consiglio per emettere la sentenza, Bossetti rilascerà dichiarazioni spontanee. "Le ha preparate da solo, parlerà con il cuore", assicurano i suoi legali. E tornerà a proclamare la sua innocenza, quella in cui non crede il pm Ruggeri, secondo cui l'imputato avrebbe detto "un tripudio di menzogne". 

LE "PROVE DELL'ACCUSA" - Oltre al dna trovato sul corpo della vittima, che rappresenta "il faro dell'inchiesta" e "la prova regina", per il pm vi è "un corollario significativo" di indizi caratterizzati da "gravità, precisione e concordanza". I tabulati telefonici dell'imputato e le immagini dell'autocarro ripreso dalle telecamere di sorveglianza della zona, le fibre sul cadavere compatibili con quelle dei sedili del Fiat Daily del muratore. "Elementi che vanno letti complessivamente" e che, secondo la pubblica accusa, dimostrano come non si cercò “di cucire addosso degli elementi”, ma vennero cercati “riscontri in quello che già c'era".

COSA DICE LA DIFESA - Accuse respinte dai difensori di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, che parlano di un "processo in cui sono di più le anomalie dei marcatori" del dna, test che "non ha fugato i dubbi, anzi li ha alimentati". Per la difesa, delle prove a carico del muratore rimane soltanto "metà dna e forse anche contaminato", perché "mai il signor Bossetti è potuto intervenire durante gli accertamenti e non possiamo accontentarci di un atto di fede". Il collegio difensivo sostiene anche che non è suo il furgone ripreso dalle telecamere di sorveglianza delle aziende di Brembate vicine al centro sportivo da cui scomparve Yara. Inoltre, qualora il veicolo fosse di Bossetti, il muratore, quel 26 novembre del 2010, sarebbe passato un quarto d'ora prima rispetto a quando un testimone, che era andato a prendere il figlio dalla ginnastica, vide la tredicenne che si dirigeva verso la porta della palestra. Una "tortura", questo il termine usato dagli avvocati Salvagni e Camporini per descrivere “l'odissea giudiziaria” del loro assistito, in carcere del 16 giugno del 2014. 
 

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