Lunedì, 14 Giugno 2021
Acciaio sporco / Taranto

"L'Ilva ha condannato mio figlio morto a 15 anni per un sarcoma, scandalose le parole di Vendola"

La sentenza che condanna i vertici dell'acciaieria di Taranto non restituirà a Angelo di Ponzio suo figlio Giorgio morto nel 2019. Ma da ieri qualcosa è cambiato: il caso dell'ex ilva spiegato bene

Non un traguardo ma un punto di partenza: la sentenza di condanna in primo grado per i vertici dell'acciaieria ex Ilva di Taranto è stata accolta come una liberazione da Angelo Di Ponzio, papà di Giorgio, il ragazzo di 15 anni, morto a gennaio 2019 a causa di una rara forma tumorale, un sarcoma, con tutta probabilità determinato dall'inquinamento ambientale.

Certamente è una sentenza che non alleggerirà il peso dell'esperienza dolorosa della perdita di un figlio così giovane ma che incoraggia Angelo di Ponzio ad andare avanti nella sua battaglia a fianco delle associazioni ambientaliste di Taranto, sempre in prima fila insieme alla moglie e madre di Giorgio, Carla Luccarelli. "Ecco perché per noi è solo un punto di partenza, non di arrivo'', sottolinea. ''Di qui potrebbe iniziare una svolta perché adesso c'è il Consiglio di Stato chiamato a esprimersi sulla chiusura dell'area a caldo".

La sentenza sull'ex Ilva di Taranto

Tutto inizia nel febbraio 2008 quando le associazioni ambientaliste fanno analizzare in un laboratorio specializzato un pezzo di pecorino risultato contaminato dalla diossina. "Il latte di quel formaggio proveniva da pecore e capre che avevano brucato nei pascoli attorno all'Ilva" ricorda Alessandro Marescotti, portavoce di Peacelink, una delle associazioni ambientaliste più attive sul fronte dell'acciaieria e dell'ambiente. "Già tre anni prima, nel 2005, avevamo scoperto che a Taranto c'era la diossina. Nessuno aveva mai parlato prima della diossina. La parola diossina era sconosciuta a tutti nella città dell'acciaio. Era come se un segreto venisse gelosamente custodito. I sindacati Cgil, Cisl e Uil avevano partecipato a tanti tavoli tecnici e alle riunione degli atti di intesa con l'Ilva, ma la parola diossina non era mai venuta fuori fino al 2005".

"Per anni e anni, abbiamo incontrato persone che ci dicevano scherzando: non vi hanno ancora arrestato? Avevamo un'etichetta addosso: 'allarmisti'."

Ieri la pronuncia della Corte di Assise di Taranto ha posto in primo piano il diritto alla salute su quello al lavoro accogliendo le denunce di quanti avevano segnalato come le emissioni dell'acciaieria fossero da collegare all'aumento vertiginoso delle patologie tumorali. Secondo l'Istat ogni anno a Taranto sono circa 1.500 le persone che si ammalano di tumore, un dato ben al di sopra della media nazionale.

Tra le vittime probabilmente correlate all'inquinamento c'è appunto il figlio 15enne di Angelo Di Ponzio: ''È una sentenza importante che non bisogna prendere come un traguardo ma come un punto di partenza - dice all'Adnkronos - ma la dichiarazione dell'ex presidente della Regione Puglia, Vendola, che dice che andrà in Cassazione, è scandalosa".

L'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, è stato infatti condannato a 3 anni e 6 mesi: secondo la ricostruzione di alcune intercettazioni avrebbe cercato di far risultare i livelli di inquinamento più bassi. "Vendola ha creato un partito, Sel Sinistra Ecologia e Libertà, intendeva sanare l'ambiente a Taranto, come risulta dalle intercettazioni, telefonando e cercando di far risultare i livelli di inquinamento più bassi. Poi si lamenta che è costretto ad andare in Cassazione. È qualcosa di scandaloso'', ribadisce Di Ponzio. ''Almeno poteva accettare la condanna comunque emessa, dopo 11 giorni di camera di consiglio, da quella parte dello Stato che ancora cerca di dare giustizia alle morti di Taranto, ai tarantini e ai figli di Taranto".

Ex Ilva, la difesa di Vendola

Dal canto suo l'ex governatore ha definito grottesche le accuse così come la condanna "senza alcuna prova". Vendola si scaglia contro i giudici che a suo dire avrebbero commesso un grave delitto contro la verità.

"Io sono accusato di avere, con minaccia ''implicita'', minacciato il direttore dell'Arpa affinché ammorbidisse la sua posizione su Ilva. Ma Arpa non ha mai ammorbidito un fico secco" spiega in un'intervista al Corriere della Sera.

L'intercettazione in cui, parlando al telefono con il responsabile Rapporti istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà, e si congratula con lui per aver strappato, in conferenza stampa, il microfono a un giornalista che aveva chiesto a Emilio Riva un commento sui morti di tumore a Taranto è, dice Vendola, "tolta dal suo contesto e montata su un video suggestivo".

Ex Ilva, cosa succede ora

Mentre gli attivisti del territorio chiedono una riconversione ecologica ora i sindacati temono per l'impatto che la sentenza - che ha disposto la confisca del cuore dell'acciaieria - potrà avere sul futuro delle Acciaierie d'Italia, la nuova società creata lo scorso aprile da ArcelorMittal Italia e da Invitalia a seguito del versamento da parte di quest'ultima di 400 milioni e dell'ingresso dello Stato nel capitale.

Obiettivo risolvere per sempre il problema delle emissioni nocive. Con i suoi avvocati, Massimiliano Del Vecchio e Simone Sabattini, la Cgil ha assistito in giudizio circa 500 lavoratori ex Ilva che hanno ottenuto il riconoscimento di provvisionali dalla Corte. "Ora è importante accelerare tutti gli investimenti, per far sì che la nuova azienda, con la presenza dello Stato, sia in grado di produrre acciaio rispettando salute e ambiente" spiega il segretario generale Maurizio Landini intervistato dal direttore della Stampa Massimo Giannini. "La discussione va portata sul risanamento dell'acciaieria, perché il Paese ha bisogno della siderurgia, ma la salute e la sicurezza sono un vincolo sociale. Cè un principio importante che è stato affermato in questo anno di pandemia: un'azienda che non è in grado di garantire le condizioni di sicurezza non deve lavorare, si deve fermare."

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