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Domenica, 21 Aprile 2024

Nicola Bossi

Direttore Responsabile

Terremoto l'Aquila: io c'ero e vi racconto perché le vittime non hanno colpe

Nella primissima mattina-notte del 6 aprile 2009 stavo tranquillamente dormendo nella mia casa in centro a Perugia. I miei cani ai piedi del letto, a fianco una fidanzatina dell'epoca. All'improvviso suonò il cellulare. Un colpo al cuore a quell'ora. Rispondi subito pensando al peggio: ed è il peggio in fondo era anche se non per la mia famiglia. Il direttore romano di una importante agenzia di stampa dell'epoca non riuscendo a mettersi in contatto con i colleghi più esperti e neanche con il corrispondente locale, aveva tentato la carta della disperazione, ovvero me. Io ero il corrispondente di Umbria e Marche all'epoca per questa importante agenzia nazionale. Mi urlò al telefono: "Bossi... quanto ci metti ad arrivare a L'Aquila?". Risposi due ore, a caso. E poi ho aggiunto: "Ma quando?". "Subito: un terremoto devastante ha distrutto la città, ci sono morti e dispersi. Qui non mi risponde nessuno... quindi tocca a lei".

Avevo 30 anni, una buona occasione per prendere qualche soldo in più, ero esperto da buon umbro di terremoti (subiti) e quindi alla garibaldina decisi di andare. Dico questo perchè volando in auto e senza trovare traffico sono veramente arrivato in due ore dopo la scossa e in piena tragedia, disperazione, scarsi aiuti e gente che scavava come poteva tra le macerie. Ci sono rimasto dormendo nalla mia Multipla per sette mesi, compreso il G8 con tanto di Obama presente sulle strade abruzzesi. Ho scritto di tutto. Ho domandato di tutto. Ho raccontato storie. Ho vissuto piangendo quei funerali con le bare di genitori che sorreggevano bara bianche dei figli. Ho gioito per il ritorno in vita di persone sepolte dalle macerie. Ho apprezzato un popolo che non si lamentava, che non aspettava aiuti... ma che si era già messo in piedi per sopravvivere, per ricostruire. Un vecchio mi disse: "E' la mia terra, sono i miei terremoti, come questi sono i miei monti". Tradotto: era drammaticamente normale, era il prezzo da pagare per essere nato in questo paradiso di verde, cultura e storia.

Terremoto l'Aquila, risarcimenti tagliati alle vittime "rimaste a dormire"

Io c'ero e  ci sono stato a lungo. Ed è per questo che voglio dare un semplice contributo da cronista, al lettore che si deve fare una opinione - senza strumentalizzare, senza peggio ancora decontestualizzare certi frasi - a riguardo di un passaggio di quella sentenza choc (risarcimento per la morte di 30 persone) del magistrato Monica Croci del Tribunale civile dell'Aquila: "una condotta incauta quella di trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata". Una parte della colpa dunque è di chi è tornato quella notte a dormire a casa sua dopo la prima scossa molto forte ma non devastante. Detto così può sembrare un atteggiamento imprudente e quindi avvalorare le tesi del magistrato. Ma dire queste parole vuol dire, dispiace dirlo, non aver studiato, vissuto e ascoltato  testimoni non solo su quello che è accaduto quella notte, ma come si viveva a L'Aquila da settimane in quel 2009. Io ho fatto domande, a quell'epoca, specifiche perchè anche al sottoscritto sembrò stano che molti tornarono quella notte a dormire nel proprio letto o in quello di amici e parenti. Primo aspetto, forse quello più importante: le scosse anche intorno a  4-5 di magnitudo si verificano da settimane, la gente aveva passato notti intere in auto temendo il peggio.

Le scosse poi erano più leggere o addirittura c'era una sorta di tregua. Studenti universitari, spaventati, erano addirittura ritornati a casa delle loro famiglie, per poi ritornare quando la situazione sembrava decisamente migliorata. Molti anziani soli, abitanti in centro storico, non avevano altra opzione e poi come è successo nelle settimane scorse dopo la scossa tante altre ma piccole, niente di grave. Ma c'è dell'altro che il magistrato non ha tenuto conto. Quelle settimane di scosse, piccole e grandi, erano state inquinate da profezie, da corvi neri, da personaggi che annunciavano un sisma devastante. Il terremoto non si può prevedere, stabilire dove e quando. Stabilite sono soltanto le aree maggiormente a rischio sismico rispetto ad altre. E chi vive vicino o sotto il vecchio Appennino sa benissimo che deve e dovrà convivere con il mostro invisibile: il terremoto. Le autorità per calmare gli animi della popolazione giustamente avevano spiegato che le previsioni sono impossibili e che si doveva restare tranquilli seppur guardinghi vista la certezza dello sciame sismico in atto e i terribili precedenti del passato. Parola d'ordine: niente allarmismo, niente sciacalli ma grande responsabilità.

Tornando agli universitari, in particolare quelli che vivevano nelle casa dello studente e della studentessa in pieno centro a L'Aquila. La maggior parte non poteva dormire o aspettare tante ore in strada perche non avevano né un'auto né parenti o familiari dove rifugiarsi. Era ancora troppo presto per prendere armi e bagagli e tornare in bus a casa. E così in molti decisero di tornare in camera o di andare in camera di amici e fidanzati/te per farsi coraggio e affrontare il pericolo insieme. Insomma: quella notte del 6 aprile 2009 dunque... anziani soli, famiglie e giovani decisero di rientrare ore dopo la prima scossa in casa o in casa di amici non era per via dell'atteggiamento imprudente o peggio ancora per superficialità. Ma... per necessità, per non cedere agli allarmismi, per il fatto che da settimane era andata a finire bene dopo tanto spavento e per una parte... mettiamoci puro e semplice brutale destino: queste erano le motivazioni che quel giudice non ha capito, non conosceva o forse ha sottovalutato. Ultimo maledetto particolare: ricordo benissimo che in quei giorni di inizio aprile il termometro nella notte oscillava tra 2-4 gradi e sulle vette c'era ancora un velo bianco di neve. In auto, vestiti e con un paio di coperte - prese in prestito dalla protezione civile - era un freddo bestiale. E il termometro della Multipla non mentiva. Voglio dire che stare fuori, dopo essere usciti in pigiama o in tutta, con poco altro indosso non era certamente facile. Nella massa ci saranno stati anche alcuni soggetti - ne ho conosciuti alcuni ai tempi dei terremoti in Umbria - che hanno deciso di sfidare il terremoto dicendo quelle assurde parole: il sisma non mi fa paura o casa mia è indistruttibile e altre cazzate.

Alle 3.32 la terra tremò suonando a morto e tradendo tutti e tutto come solo il sisma sa fare: 309 persone morirono,  oltre 1.600 feriti. Io so che non erano colpevoli, io so che erano stati vittima del destino, io so che quella notte a L'Aquila tutti cercarono di fare il meglio per sopravvivere, per evitare di finire schiacciato sotto le macerie. Avevo 30 anni e sono convinto che anche io se fossi stato uno studente fuori-sede, senza auto, fuori-corso ma gaudente, quella notte... sarei rientrato nella casa dello studente, accarezzando qualche ragazza spaventata, facendoci coraggio. Anche perchè a quell'età tutti sono convinti di essere immortali. Quello che non mi sono mai spiegato, cari magistrati, era quel poco ferro nel cemento delle case crollate e per giunta tondo e liscio (non quello da utilizzare). Non ho mai capito perchè due palazzi identici, stesso progettista, in teoria stesso materiale, uno è crollato e l'altro no.

Non ho capito: ma quelle case costruite con soldi pubblici, gli alloggi universitari, l'ospedale... come mai strutture moderne hanno subito così gravi danni? Per onestà, essendo un garantista incallito, non posso non scrivere e ribadire che, al di là della criminalità e italica furbizia, quella scossa e altre repliche pesantissime erano mortali, ma non tanto da avere sulla coscienza una strage di 309 vittime. E sono sicuro, perchè io c'ero e io ho vissuto quel dramma, che nessuna dei morti del 6 aprile è colpevole, del tutto o parzialmente, della propria sorte. Io c'ero, io ho le prove, io ho pianto e gioito con loro. Le sentenze si rispettano. Ma grazie a Dio ci sono appelli, contro-appelli e ricorsi.

Ps: quella notte il nostro corrispondente per l'Abruzzo non rispose al telefono, facendo inviare me a L'Aquila, perchè era sotto le macerie con la sua famiglia. Aveva una villetta in un piccolo comune di mille abitanti attaccata al capoluogo. Si salverano tutti ma dopo molte settimane di ospedale. A lui dedico questo articolo e quei sette mesi a L'Aquila dove ho conosciuto un popolo fiero, forte, tenace... il popolo di Abruzzo. 

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