Lunedì, 27 Settembre 2021
Cronaca

Sardegna, la lotta contro le servitù militari riprende quota: "A Foras"

Più del 60 per cento delle servitù militari italiane è in Sardegna. I tre più grandi poligoni d'Europa sono sull'isola. "A Foras" ("Fuori") è un’assemblea di comitati e associazioni. Li abbiamo intervistati. I danni ambientali, i tentennamenti del mondo politico, il "ricatto" occupazionale, i limiti dell'assistenzialismo, le bonifiche difficili: "È importante continuare a parlare di basi militari nelle città, nelle scuole e nelle università. C'è tanto lavoro da fare"

Non "solo" una nuova manifestazione, ma un'intera giornata di informazione, arte e musica per continuare la lotta contro le servitù militari in Sardegna.

A Foras ("Fuori"), un’assemblea che è nata il 2 giugno del 2016 a Bauladu, composta da comitati, collettivi, associazioni, realtà politiche e individui che si oppongono "all’occupazione militare della Sardegna", ha organizzato per venerdì 2 giugno 2017 una giornata nella quale "il popolo sardo lancia un grido contro quello stesso Stato che ha imposto unilateralmente il 66 per cento di servitù militari dell’intero territorio italiano sulla Sardegna". 

I numeri parlano chiaro: più del 60 per cento delle servitù militari dell'intero territorio nazionale è ubicato nell'isola. Una sproporzione che non può che sorprendere. Fra servitù di terra e aree marine interdette alla navigazione ed alla attività civile la Sardegna si attesta intorno ai 35 mila ettari, senza considerare gli spazi aerei interdetti. E i tre più grandi poligoni d'Europa sono in terra sarda. Poligoni sperimentali, nei quali si spara terra-mare, aria-terra e mare-terra, dove si svolgono possenti esercitazioni (anche in affitto) e si mette in mostra il made in Italy dell'industria bellica. 

Nei mesi scorsi l’Assemblea di A Foras ha promosso diverse iniziative, dalle manifestazioni presso i poligoni di Capo Frasca (23 novembre 2016) e Quirra (28 aprile scorso), alle presentazioni del dossier sul Poligono di Quirra, fino alle assemblee informative nelle piazze, nei paesi, nelle città, nelle università e soprattutto nelle scuole.

"La giornata del 2 giugno - spiegano da A Foras - si svolgerà all’indomani dell’ennesima mega esercitazione imposta dall’alto e che questa volta riguarda le acque del sud Sardegna: “Mare aperto 2017”. Il pericolosissimo precedente creato da questa esercitazione sta nell’appropriarsi di ulteriori specchi d’acqua, non soggetti a servitù durante l’anno. Non solo ogni anno la Sardegna subisce lo scippo di oltre 35 mila ettari di terra di proprietà del demanio militare, ma con l’operazione “Mare aperto”, nell’assoluto silenzio del governo regionale, si è verificata un’ulteriore usurpazione della nostra isola, che è a disposizione per i giochi di guerra di eserciti di tutto il mondo".

Il 2 giugno a Cagliari si svolgerà "A Foras Fest, Die contra a s'occupatzione militare", organizzato da "A Foras". Li abbiamo intervistati.

Quello che a una prima analisi anche superficiale sorprende è la capillarità della presenza di poligoni militari e basi più o meno segrete sull'isola, da Nord a Sud, da Est a Ovest. La maggior parte degli italiani non ha coscienza della dimensione di questo fenomeno, siete d'accordo?

Purtroppo sì, e agli italiani dobbiamo anche aggiungere buona parte dei sardi. Si pensi che di recente, a un'assemblea di istituto in una scuola di Olbia dove abbiamo parlato di basi militari, la maggior parte degli studenti non era a conoscenza del fatto che la Sardegna ospiti i due terzi del demanio militare italiano. Per questo è importante continuare a parlare di basi militari nelle scuole, nelle università e in tutti i centri dell'isola, oltre che in Italia. A tal proposito, dobbiamo comunque ricordare che nell'ultimo anno siamo stati presenti in diverse città italiane (tra le quali Roma, Firenze, Genova, Bari, Napoli, Torino), dove siamo stati invitati per parlare dell'occupazione militare della Sardegna. Inoltre, in occasione delle ultime manifestazioni (Capo Frasca a novembre e Quirra ad aprile), sempre in Italia non sono mancate delle iniziative di solidarietà, come un recente sit in a Milano. Dunque, se da una parte il lavoro di informazione e sensibilizzazione è ancora tanto, dall'altra la voglia di saperne di più e la solidarietà dall'esterno non mancano.

Il presidente della Regione Francesco Pigliaru sostiene che "sulla presenza militare in Sardegna la Regione ha un obiettivo molto chiaro, il riequilibrio dei gravami, che stiamo perseguendo attraverso un confronto che a tratti è anche forte e difficile, come è naturale accada su argomenti di cui si discute da oltre trent'anni". Si parla di primi "risultati concreti", facendo riferimento alla sospensione delle esercitazioni nei Poligoni per la prima volta nel periodo che va dal primo giugno al 30 settembre e il diritto all'indennizzo per i pescatori di Capo Frasca, atteso da 25 anni". C'è davvero "dall'alto" la volontà di cambiare radicalmente il modo di affrontare la questione servitù militari?

Assolutamente no. Qualche giorno in più di sospensione non ci pare affatto un cambiamento radicale, soprattutto se accompagnato dall'aumento della superficie territoriale gravata da servitù e dagli orari delle esercitazioni. Ci riferiamo alla recente “Mare aperto 2017”, nell'ambito della quale sono stati occupati ulteriori specchi d'acqua non soggetti a servitù durante l'anno, creando tra l'altro un pericoloso precedente. Inoltre, sempre durante questa imponente esercitazione, è aumentato l'orario dei bombardamenti a Capo Frasca, esteso fino alle 23:00 (di norma finiscono alle 17:30). Per quanto riguarda i recenti indennizzi a Capo Frasca - l'altro grande “successo” tanto sbandierato da questa giunta (oltre che da alcuni parlamentari sardi)- crediamo che l'unico obiettivo perseguibile da chi vuole davvero cambiare radicalmente il modo di affrontare la questione servitù militari debba essere la chiusura della base, seguita dalla sua bonifica. Solo in questo modo i pescatori del luogo saranno  veramente compensati dal danno subito in tutti questi anni e potranno continuare la loro attività in futuro. Al contrario, il ricorso agli indennizzi aggira una delle principali contraddizioni della convivenza tra attività civili e militari: la sostenibilità dei bombardamenti a terra e a mare. Quanto ancora sopravvivrà l'ecosistema marino alle continue esercitazioni? Anche aumentando a 5 o 6 mesi il periodo di sospensione, quanti danni causa anche solo un giorno di bombardamenti? La fauna marina convive tranquillamente con le esercitazioni o il volume di pesci è diminuito (e diminuirà negli anni)? Ci piacerebbe porre queste domande ai difensori degli indennizzi.

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