Mercoledì, 28 Luglio 2021
Cronaca

La depressione è ancora un tabù, la scrittrice Simona Vinci: "Serve una riforma nazionale"

Il 28 ottobre ricorre in Italia la Giornata europea della depressione. Una patologia silenziosa e subdola, al centro del libro "Parla, mia paura": l'autrice Simona Vinci lo racconta a Today

Sabato 28 ottobre ricorre in Italia la 14esima Giornata europea della depressione. Nel nostro Paese 3 milioni di persone soffrono di questa malattia, ma la maggior parte delle persone non arrivano ad avere né una diagnosi né una terapia. "Essere depressi può costare molto caro, in famiglia, a scuola, sul lavoro, nelle relazioni, ma costa ancora più caro, secondo me, mentire e nascondersi fino a che non si crolla", racconta a Today Simona Vinci, autrice per Einaudi "Parla, mia paura", un libro autobiografico nel quale la scrittrice di Budrio racconta la propria esperienza, tra crisi di panico e tentativi di suicidio, vissuta qualche anno fa. 

Raccontare la depressione non è facile. Si tratta una patologia silenziosa e subdola, che colpisce in prevalenza le donne, di tutte le età e condizioni sociali, e che se non diagnosticata e curata può portare anche al suicidio. Secondo l'Oms, entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più invalidante: in tutto il mondo ne soffrono già più di 320 milioni di persone. Ancora più difficile è farlo partendo dalla propria esperienza personale, come ha fatto Vinci. 

Come è arrivata a scrivere "Parla, mia paura?"

"Questo piccolo libro deriva da un lungo percorso precedente culminato con la pubblicazione nel 2016 del romanzo 'La prima verità' che racconta la storia del manicomio-lager dell'isola di Leros negli anni tra il 1959 e l'inizio degli anni '90  ed è un libro costruito su piani diversi: luoghi e tempi diversi, molti molti personaggi e un 'io-narrante che apre e chiude la vicenda. Dalla parte, chiamiamola così, di 'auto-fiction' avevo deciso di escludere molte pagine, poi grazie alla spinta della giornalista Valentina De Salvo, che mi chiese per Robinson un pezzo sulla 'paura', e insieme al mio editore, Paolo Repetti, abbiamo pensato che poteva forse aver senso lavorare su quelle pagine cassate dal romanzo in modo più diretto, per offrire ai lettori una piccola testimonianza.

Quanto le è costato raccontare una storia così personale, mettendosi totalmente a nudo, con un io narrante che parla in prima persona senza filtri? 

Ho avuto molte perplessità, e certi capitoli (che io definirei meditazioni intorno ai temi della paura, appunto, del suicidio, della depressione e del disagio psicologico) mi sono costati fatica perché ho dovuto rivivere eventi dolorosi e momenti difficili della mia vita, ma mano a mano che scrivevo e quando poi finalmente il libro è uscito, mi sono sentita più leggera, come se mi fossi liberata di pesi portati troppo a lungo in solitudine. 

Ha avuto contatti con qualche lettore, qualcuno che si sia ritrovato nella sua esperienza e sia riuscito a chiedere aiuto?

Tantissimi, devo dire. Le persone mi scrivono per ringraziarmi, perché anche se la mia non è una storia estrema, eccezionale, e anzi, forse proprio per questo, ritrovano nelle pagine frammenti di sé e/o di persone a loro vicine e si sentono meno soli, intravedono una possibilità. 

In Italia si parla troppo poco di depressione? Perché?

Perché esiste ancora, purtroppo, uno stigma: ammettere che si soffre di depressione fa ancora paura perché si teme di essere additati come pazzi, pericolosi, instabili, perché ci si vergogna di non essere all'altezza delle aspettative di un mondo che ti vuole sempre vincente, bello, allegro e produttivo. Essere depressi può costare molto caro, in famiglia, a scuola, sul lavoro, nelle relazioni, ma costa ancora più caro, secondo me, mentire e nascondersi fino a che non si crolla. 

Cosa possono fare il sistema sanitario e quello scolastico? La risposta da parte dello Stato è adeguata?

No, non lo è. Bisognerebbe ascoltare la chiamata dei direttori dei DSM (Dipartimento di Salute Mentale, ndr) d'Italia che chiedono a gran voce da tempo una riforma effettiva e concertata a livello nazionale per quanto riguarda le linee guida della Salute Mentale. Purtroppo poche persone hanno accesso alle cure e spesso le cure non sono adeguate, limitandosi, in molti, forse troppi casi, alla sola somministrazione farmacologica quando invece altri tipi di terapia, come quella cosiddetta 'di parola' potrebbero fare la differenza.  
 

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