Lunedì, 27 Settembre 2021
CRONACA / Roma

Gli spari all'Olimpico e quei 12 metri di distanza tra un ultras e un neofascista

La ricostruzione dei pm parla di "almeno quattro persone con il casco" ad aggredire i tifosi del Napoli mentre gli inquirenti non hanno dubbi che a far fuoco sia stato Daniele De Santis. Ma qualcosa non torna: "tre centri in tre colpi" su bersagli in movimento da quella distanza può farli solo un guerrigliero

Forse un po' di verità sta uscendo fuori su quanto accaduto a Roma. Forse, soprattutto, si è trovata la parole giusta per definire chi ha sparato ai tifosi napoletani. Un commando. Quattro persone, "almeno quattro persone, casco integrale in testa", erano con Daniele De Santis. A riferirlo sono i pm che hanno spiegato come il gruppo di aggressori si è poi dileguato in pochi secondi non appena i tifosi del Napoli si sono resi conto da che parte piovevano sassi e petardi.

In quel frangente Daniele De Santis, sempre secondo la ricostruzione dei pm, avrebbe fatto fuoco per quattro volte (il quarto colpo si è inceppato nell'arma) ferendo Ciro Esposito. E qui scattano i punti interrogativi della storia. 

Partiamo dal più importante: la versione dei pm smentisce quella della questura che fin da subito si è detta certa che a insanguinare la finale di Coppa Italia sia stato il solo De Santis. Secondo chi sta indagando, non è così. Le testimonianze confermerebbero la versione del "commando" pronto all'assalto dei napoletani in quel di Tor di Quinto. Un assalto studiato e coordinato nei minimi dettagli, dal travisamento del volto alla "sicurezza" che solo una pistola (o più pistole) in tasca può dare. Perché la questura di Roma si è affrettata a diffondere e dare per "ufficiale" una versione che fin dall'inizio è sembrata poco convincente? Non solo la questura, però. Anche Angelino Alfano, soltanto ieri, in audizione alla Camera sui fatti di Roma si è affrettato nell'escludere "la partecipazione all'azione violenta da parte di persone con i caschi indicati da un testimone" pur precisando che "gli approfondimenti che si stanno svolgendo chiariranno se effettivamente il De Santis abbia agito da solo o in concorso con altri e in quale fase dell'azione". 

Secondo punto oscuro. Per i pm non c'è dubbio che a far fuoco sia stato Daniele De Santis. Ma evidentemente qualcosa, anche a loro, sulla dinamica non quadra. Non a caso gli inquirenti hanno disposto una perizia balistica per ricostruire le distanze tra De Santis e i tre napoletani feriti dai colpi di pistola. L'obiettivo ufficiale è capire se i tifosi del Napoli hanno preso parte al pestaggio di De Santis: in pratica, in questo modo, si punta a stabilire se erano o meno una possibile "minaccia" per chi ha fatto fuoco. Ma fonti ben informate sottolineano un secondo obiettivo della perizia: capire se realmente i tre tifosi del Napoli - i primi tre a girare l'angolo verso il "commando" - erano a 11-12 metri da De Santis. Perché, se realmente fosse così, ci troveremmo al cospetto non di un semplice "ex ultras" con evidenti simpatie neofasciste ma di un vero e proprio "guerrigliero".

Chiunque ha mai sparato in un poligono di tiro, e noi oggi lo abbiamo chiesto a due poliziotti, una guardia giurata e un carabiniere, sa bene che è praticamente impossibile da una distanza di 12 metri centrare - con "tre colpi su tre" - tre bersagli mobili. "A meno che non si abbia un addestramento di tipo militare o paramilitare". E la semiautomatica calibro 7,65 con i numeri di matricola abrasi ritrovata a pochi metri dalla baracca in cui viveva De Santis porta e riporta alla mente la domanda centrale: chi è veramente Danielino, il camerata che girava per Tor di Quinto armato e pronto a far fuoco? E soprattutto, si potrà iniziare a chiamare il "commando" per quel che è, un gruppo di neofascisti pronti alla guerriglia, e non ultras (in questo caso, della Roma)?

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