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Domenica, 16 Gennaio 2022
Trattativa Stato - Mafia

Stato-mafia, le verità di Re Giorgio

Il capo dello Stato ha risposto a tutte le domande di pm e avvocati di parte: "Le bombe non furono una trattativa ma un ricatto, un ultimatum dell'ala corleonese". E sulla lettera di D'Ambrosio: "Non mi parlò mai di indicibili accordi"

ROMA - Il vaso di Pandora è scoperchiato. Le sensazioni, le emozioni, i sentori degli anni 1992 e 1993 sono stati ricostruiti da chi quegli stessi anni li ha vissuti in prima linea, da presidente della Camera. La "trattativa", parola mai pronunciata ma troppo presente nella storia per essere davvero assente, è chiusa. Almeno per ora. 

Martedì, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha deposto davanti alla Corte d'Assise per il processo sulla trattativa Stato-mafia. In tre ore i pm di Palermo hanno posto una ventina di domande al Capo dello Stato, interrogato al Quirinale. Il presidente, ci ha tenuto a precisare una nota del Colle, ha risposto "con la massima trasparenza e serenità" alle domande "senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali" e sembra abbia risposto anche alle richieste dell'avvocato di Totò Riina.

"Nella sua testimonianza - ha spiegato in un'intervista il pm Di Matteo - Napolitano ha detto chiaramente che la percezione più immediata fu quella della riconducibilità di quegli attentati ad una strategia dell'ala corleonese di Cosa Nostra per porre lo Stato di fronte a un aut aut". Non una trattativa, insomma, ma un ultimatum allo Stato: "O l'alleggerimento della repressione antimafia oppure il prosieguo della attività stragista con l'intento di destabilizzare le istituzioni repubblicane".

"Quella di Napolitano - ha aggiunto Di Matteo - è stata una testimonianza utile per ricostruire il quadro dei fatti del 1992 e del 1993, soprattutto per ricostruire il clima e per cercare di capire quale fu la percezione a livello più alto delle istituzioni politiche degli attentati del maggio e luglio del 1993. Noi - ha precisato il pm - abbiamo utilizzato proprio il termine di 'ricatto di Cosa Nostra' nei confronti delle istituzioni, e il teste ha confermato che quella era l'immediata percezione".

Un ricatto che però, secondo quanto raccontato dallo stesso Capo dello Stato, non lo ha mai fatto sentire realmente in pericolo. Il presidente Napolitano, ha informato il Colle, ha riferito di non essere stato mai "minimamente turbato delle notizie su presunti attentati alla sua persona nel 1993 perché faceva parte del suo ruolo istituzionale", ha spiegato l'avvocato Nicoletta Piergentili della difesa di Nicola Mancino.

Quindi, un passaggio sulla lettera di Loris D'Ambrosio, il consigliere giuridico del Quirinale che prima di morire rinfacciò a Napolitano, in una lettera, di essere stato scudo per indicibili accordi. "Con lui eravamo una squadra di lavoro", ha spiegato Napolitano. D'Ambrosio però, secondo quanto alcuni legali riferiscono che il capo dello Stato abbia detto, non parlò a Napolitano degli "indicibili accordi" a cui accennò invece nella lettera di dimissioni, del giugno 2012, poi respinte. Napolitano avrebbe anche descritto a magistrati e giudici lo stato di esasperazione dell'ex consigliere giuridico, scosso perché vedeva messa in dubbio la sua lealtà di servitore dello Stato, dopo la campagna mediatica seguita alla pubblicazione delle sue intercettazioni con Nicola Mancino. 

Se giudici e pm sono sembrati contenti dell'interrogatorio di Napolitano - il procuratore di Palermo ha sottolineato la "grande collaborazione" del capo dello Stato - l'avvocato di Rinna, Luca Cianferoni, di certo non è soddisfatto. Il presidente della Repubblica, ha recriminato il legale, "ha tenuto sostanzialmente a dire che lui era uno spettatore di questa vicenda", ma "la Corte non ha ammesso la domanda più importante", quella sul colloquio tra Napolitano e l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro quando pronunciò il famoso "io non ci sto".

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