Sabato, 20 Luglio 2024
La sentenza / Varese

Ha ucciso moglie e figlia a martellate, confermato l'ergastolo per Alessandro Maja

La Cassazione respinge il ricorso della difesa: l'uomo era capace di intendere e volere quando ha sterminato la famiglia nella loro casa a Samarate

Diventa definitiva la condanna all'ergastolo per Alessandro Maja, l'uomo che a maggio del 2022 uccise nella casa di famiglia a Samarate (Varese) la figlia Giulia di 16 anni e la moglie Stefania Pivetta, di 56, a colpi di martello mentre stavano dormendo. Tentò di uccidere anche il figlio maggiore, Nicolò, rimasto ferito e costretto a un lungo periodo in sedia a rotelle.

La Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dall'imputato contro la sentenza della Corte di assise di appello di Milano che aveva confermato la condanna per gli omicidi da parte della Corte di assise di Busto Arsizio alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno di diciotto mesi.

La sera della strage familiare, Maja si è scagliato prima contro la moglie, che riposava sul divano del salone. Poi è stata la volta di Giulia, che era nella sua stanza. Infine si è avventato contro Nicolò, che nel frattempo si è svegliato e, accortosi di quanto stava succedendo, ha iniziato a chiedere aiuto attirando l'attenzione dei vicini.  

"Ho cancellato la mia famiglia a causa di un mio soffrire emotivo e sono rimasto solo. Confido nel perdono di Gesù determinato dal mio pentimento", le parole di Maja nel corso del processo.

All'origine di tanta violenza la rabbia legata a presunti problemi economici, mai esistiti. Già in primo grado, Maja era stato condannato all'ergastolo. La pena era stata confermata in appello. I legali della difesa hanno giocato la carta del ricorso in Cassazione puntando al riconoscimento della parziale infermità mentale. Secondo la difesa, Maja sarebbe stato incapace di intendere e volere al momento degli omicidi, in quanto si trovava "in una condizione psichica delirante di fallimento, rovina, con sentimenti di disperazione e di ineluttabilità che lo hanno portato a credere di non avere più via d'uscita, tanto da arrivare a pensare al suicidio nei giorni precedenti, concretizzato in un suicidio allargato". La Suprema Corte ha rigettato il ricorso confermando in via definitiva il fine pena mai e tutte le pene accessorie incluso il risarcimento al figlio Nicolò che, a causa delle gravissime ferite causate dal padre, sta affrontando un lungo percorso fatto di interventi e riabilitazione.

"Per la famiglia Pivetta e per Nicolò si tratta di un sollievo - spiega l'avvocato Stefano Bettinelli, legale di parte civile -. L'iter giudiziario è finalmente terminato. Ed è terminato con la giusta pena per ciò che ha commesso Maja. I miei assistiti hanno sempre e solo chiesto giustizia. Quanto stabilito dalla Cassazione è il massimo che la giustizia possa restituire davanti a un fatto in realtà irrisarcibile dal punto di visto affettivo e umano".  

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