Suicidio assistito, perché l'assoluzione di Welby e Cappato "non era affatto scontata"

Sono stati assolti Mina Welby e Marco Cappato, che nel luglio 2007 accompagnarono Davide Trentini, 53 anni, malato di Sla, a morire in una clinica elvetica: "Un passo fondamentale sulla strada per riconoscere il diritto al suicidio assistito in Italia"

Cappato e Welby dopo l'assoluzione (foto: Twitter/Gallo)

Assolti. Il fatto non costituisce reato. Non è stato quindi "aiuto al suicidio", bensì qualcos'altro che in Italia non viene ancora normato per legge a causa di una politica molto timida sull'argomento. Sono stati assolti Mina Welby e Marco Cappato, che nel luglio di tre anni or sono accompagnarono Davide Trentini, 53 anni, malato di Sla, a morire in una clinica elvetica. Come era già successo per Dj Fabo, ieri è arrivata un’altra sentenza storica.

A Massa Carrara il pm Marco Mandi aveva chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi. Ma aveva anche detto: "Chiedo la condanna con tutte le attenuanti generiche e ai minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste, ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell'interesse di Davide Trentini, a cui mancano i presupposti che lo rendano lecito. Colpevoli sì, ma meritevoli di alcune attenuanti che in coscienza non mi sento di negare". Prima della sentenza, Marco Cappato aveva rilasciato una dichiarazione spontanea: "Abbiamo fornito un aiuto innegabile in assenza di qualunque parametro di legge. Abbiamo aiutato Trentini in base ad un dovere morale e lo rifarei esattamente nello stesso modo. Alla corte vorrei ricordare che, dalla morte di dj Fabo e di Trentini, altre decine di persone si sono recate in Svizzera per il suicidio assistito e le autorità italiane ne sono state informate da quelle elvetiche. Nessun procedimento penale, però, si è aperto. Quelle persone non hanno avuto bisogno di noi, perché avevano i soldi per farlo. Ma questo non può essere il discrimine tra malati che soffrono". 

Poi è arrivata l'assoluzione. "Quel che conta è sapere di aver compiuto un passo fondamentale sulla strada per riconoscere il diritto al suicidio assistito in Italia. Diventa ancora più grave e insopportabile il ritardo del Parlamento nel dare all'Italia una legge su questo tema" dice oggi Cappato in un'intervista al quotidiano 'La Stampa'.

"Questa sentenza non era affatto scontata - sottolinea Cappato - Al contrario di quanto accaduto a Milano per il caso di dj Fabo, qui il pubblico ministero aveva chiesto una condanna. Quel che non era scontato era l'applicazione di uno dei quattro criteri, stabiliti un anno fa dalla Corte Costituzionale, necessari perché non sia punibile l'accesso al suicidio assistito: quello che prevede che il malato sia tenuto in vita da un trattamento di sostegno vitale".

E' necessaria una legge, oggi più che mai. "Continueremo la nostra azione di disobbedienza civile - continua Cappato - anche se andare avanti aspettando le sentenze è un rischio. Per avere una garanzia preventiva serve una legge che definisca in modo chiaro quali sono i doveri dello Stato nell'aiuto al suicidio. Non si può vedere ogni volta se c'è un'assoluzione o meno".

"La nostra proposta di legge di iniziativa popolare è di 7 anni fa, sette anni senza mai una discussione. Ci sono state due sollecitazioni formali della Consulta, ma la necessità di una legge non è superata dalle sentenze. Mancano delle regole, una procedura per chiarire e garantire dei diritti".

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