Lunedì, 15 Luglio 2024
Cronaca Milano

Terrorismo, "Fatima" condannata a 9 anni: è la prima foreign fighter italiana

La sentenza della Corte di Assise di Milano nei confronti di Maria Giulia Sergio che dal 2014 si troverebbe in Siria dove si sarebbe unita alle milizie del Califfato. Condannati anche il marito e il padre

MILANO - Nove anni di carcere per la prima foreign fighter italiana. A tanto ammonta la pena inflitta dalla Corte d'Assise di Milano a Maria Giulia Sergio, la donna che nel settembre 2014 lasciò la sua residenza di Inzago, paese a Est di Milano, per raggiungere la Siria e unirsi alle milizie del Califfato con il nome islamico di "Fatima" e che da allora ha fatto perdere le proprie tracce. 

LA SENTENZA - Il collegio presieduto da Ilio Mannucci Pacini ha condannato anche il marito della donna, l'albanese Aldo Kobuzi, a 10 anni di carcere: 1 anno in più rispetto ai 9 anni chiesti per lui dai pm dell'antiterrorismo di Milano. Condannati anche tutti gli altri quattro imputati, tra cui Sergio Sergio, padre di Maria Giulia: la pena stabilita per lui è pari a 4 anni di carcere.

GLI ALTRI CONDANNATI - Condannati anche la presunta indottrinatrice e reclutatrice di Fatima, l'albanese Burshra Haik (9 anni) e i più stretti familiari di Kobuzi: sua madre Donica Coku e sua sorella Seriola Kobuzi (8 anni per entrambe). Per i quattro imputati di origine albanese i giudici hanno decretato l'espulsione dal territorio italiano una volta finito di scontare la pena. Ma l'unico che, in caso di condanna definitiva, finirà in carcere è il padre di Fatima, Sergio Sergio, attualmente agli arresti domiciliari: tutti gli altri imputati risultano infatti latitanti. La sorella di Fatima, Marianna Sergio, era già stata condannata a 5 anni e 4 mesi in abbreviato insieme ad altre tre persone.

LA PRIMA "JIHADISTA ITALIANA" - Fatima è la prima donna italiana a essere condannata per terrorismo internazionale dopo aver lasciato il suo Paese d'origine per andare in Siria dove trasformarsi in jihadista. Tra i vari atti dell'indagine condotta dal procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli e dal pm Paola Pirotta ci sono diverse conversazioni via chat tra Fatima, che si trovava già in Siria, e i suoi familiari, rimasti in Italia ma pronti a raggiungerla nello Stato Islamico. "Qui tagliamo le teste e presto lo faremo anche a Roma" scriveva Maria Giulia Sergio alla sua famiglia, augurandosi su Facebook "la vittoria sui miscredenti" da parte delle milizie del Califfo. Nel luglio 2015, pochi giorni dopo il blitz dell'antiterrorismo, Fatima aveva addirittura rilasciato un'intervista via Skype al Corriere della Sera: "Qui decapitiamo in nome di Allah - aveva affermato, tra le altre cose, in quell'occasione - e decapitiamo solo ladri e quelli che agiscono come spie contro lo Stato Islamico".

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