Giovedì, 28 Ottobre 2021
Cronaca Italia

Trattativa Stato-mafia, raffica di richieste di condanna: "Paese in mano a Cosa nostra"

Atto d'accusa dei Pm: la procura di Palermo chiede la condanna a 12 anni per l'ex senatore forzista Dell'Utri, 15 per l'ex comandante dei Ros il generale Mori, 6 per l'ex ministro Mancino. Prescritte le accuse per Ciancimino

Trattativa Stato Mafia, nell'aula bunker dell'Ucciardone è il giorno dell'atto d'accusa. A Palermo lo Stato processa un pezzo dello Stato e dopo oltre quattro anni i pm, celebrando l'udienza numero 210, nella requisitoria finale chiedono condanne per 90 anni totali per gli imputati tra cui figurano boss mafiosi, politici e carabinieri, accusati di avere avuto un ruolo nella supposta trattativa tra Cosa nostra e le istituzioni.

Per i Pm la trattativa con la mafia ci fu e rappresentò un cedimento rispetto alla linea della fermezza che "ha messo il Paese in mano alla mafia". Per l'accusa fu l'ex generale del Ros dei carabinieri Mario Mori, il "protagonista assoluto" della trattativa.

Trattativa Stato Mafia, il patto con il diavolo

Il processo iniziato il 27 maggio 2013 verte su quello che i pubblici ministeri hanno definito "Patto con il diavolo" tra organi dello stato ed esponenti mafiosi finalizzato a far cessare gli attentati e le stragi, avviati nel 1992 e proseguiti nel 1993, per indurre lo Stato a piegarsi alle richieste di Cosa nostra.

Data Attentato Luogo Vittime Obiettivi
12 marzo 1992 Omicidio di Salvo Lima Mondello (Palermo) Salvo Lima Salvo Lima, onorevolo Dc
23 maggio 1992 Strage di Capaci Capaci (Palermo) 5 (tra cui Giovanni Falcone) Giovanni Falcone, giudice
19 luglio 1992 Strage di via D'Amelio Palermo 6 (tra cui Paolo Borsellino) Paolo Borsellino, giudice
17 settembre 1992 Omicidio di Ignazio Salvo Santa Flavia (PA) Ignazio Salvo Ignazio Salvo, imprenditore
14 maggio 1993 Fallito attentato a Maurizio Costanzo Via Fauro, Roma Nessuna vittima Maurizio Costanzo
27 maggio 1993 Strage di via dei Georgofili Firenze 5 Galleria degli Uffizi
27 luglio 1993 Strage di via Palestro Milano 5 Padiglione d'arte contemporanea di Milano
28 luglio 1993 Autobombe a Roma San Giovanni in Laterano e  San Giorgio in Velabro Nessuna vittima Basilica di San Giovanni in Laterano e Chiesa di San Giorgio in Velabro
31 ottobre 1993 Fallito attentato allo Stadio Olimpico Roma Nessuna vittima Stadio Olimpico

Trattativa Stato Mafia, le richieste di condanna

I pubblici ministeri Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia e i sostituti della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene hanno chiesto:

  • 15 anni di reclusione per l'ex generale del Ros dei carabinieri Mario Mori, indicato come il "protagonista assoluto" della trattativa;
  • 12 anni per il generale Antonio Subranni, già comandante regionale dei carabinieri in Sicilia;
  • 12 anni per il colonnello dell'Arma, Giuseppe De Donno.
  • 12 anni per l'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, già condannato in via definitiva per mafia: i Pm lo ritengono l'altro "mediatore" di Cosa nostra, colui che esercitava "un potere ricattatorio sull'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi;
  • 6 anni per l'ex ministro dell'Interno ed ex presidente del Senato, Nicola Mancino, che risponde solo di falsa testimonianza;
  • 16 anni per il boss Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina;
  • 12 anni per il boss Antonino Cinà
  • 5 anni per Massimo Ciancimino, testimone chiave del processo (nipote dell'onorevole Vito Cinacimino, parlamentare Dc e condannato per mafia) per calunnia dell'ex capo della polizia De Gennaro. Chiesta la prescrizione per le accuse di concorso in associazione mafiosa.

In forza della legge sui pentiti, i Pm hanno chiesto al Tribunale di dichiarare la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca, l'ex boss che fece sciogliere nell'acido il piccolo Di Matteo.

Trattativa Stato Mafia, il processo

"Come in un puzzle abbiamo messo insieme le tessere - ha spegato il piemme Teresi - Un quadro d'insieme a tinte fosche, con qualche tessera sporca di sangue, il sangue di quelle vittime delle stragi". Come quella di Capaci, "consumata per vendetta e per fermare la grande evoluzione normativa impressa da Giovanni Falcone. Quella fu l'ultima strage della prima Repubblica", secondo al tesi della Procura, perchè "i fatti poi si sono evoluti ma Paolo Borsellino era visto come un ostacolo al cambiamento che si voleva e si pensava nel momento in cui si avvia la trattativa. Via D'Amelio è la prima strage della seconda Repubblica".

"La trattativa era attesa, voluta e desiderata da Cosa nostra" sostengono i Pm Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia e i sostituti della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene."Cedendo al ricatto, lo Stato si è messo nelle mani della mafia". 

"Se si fosse attuata la linea della fermezza e della durezza non ci sarebbe stato spazio per gli stragisti, i consiglieri del dialogo sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia e la strategia della paura debellata. Invece ci furono molteplici segnali volti a favorire la trattativa: il decreto di Conso, la revoca e gli annullamenti del 41 bis disposti da Capriotti (direttore del Dap). Ci furono anche prima partendo dalla mancata perquisizione del covo di Riina.
Il capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, il ministro della Giustizia Giovanni Conso, Adalberto Capriotti (subentrato al vertice del Dap al posto di Nicolò Amato) e il suo vice Francesco Di Maggio sono gli esponenti delle istituzioni che hanno ceduto, per paura o incompetenza, illudendosi che la concessione di una attenuazione del regime carcerario del 41 bis potesse far cessare le bombe e il piano criminale di devastazione di vite e obiettivi. Cosa che non avvenne". 

La politica stragista di Riina, Provenzano, Brusca e Bagarella - avviata con l'uccisione di Lima, proseguita con le stragi di Capaci, via D'Amelio e poi gli attentati a Firenze e Roma, sarebbe stata descritta dallo stesso Riina intercettato lo scorso 28 agosto 2013: "Io al governo gli devo vendere i morti, gli devo dare i morti...".

L'ammorbidimento dell'azione repressiva dello Stato sarebbe stato messo sul tavolo della trattativa per far cessare l'azione violenta e stragista di Cosa nostra. La persona offesa e' il Governo della Repubblica.

I mediatori "sono i politici, come Dell'Utri, e gli ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno.

Lo spartiacque è il maxi processo a Cosa nostra: quando nel 1991 Riina  apprende che la Cassazione confermerà le condanne e da il via alla reazione della Mafia contro lo Stato. La riunione descritta dal pentito Giuffré che ha sentito l'elenco degli obiettivi dalla voce di Riina: "Oltre a Falcone, i politici Salvo Lima, Calogero Mannino, Vizzini e Andò".

Il tentativo di contatto nasce tra la fine del 1991 e il primo semestre del 1992 con Dell'Utri che secondo l'accusa sarebbe diventato "decisivo" e "indispensabile garante delle richieste di Cosa nostra".

Secondo l'accusa Riina prevedeva di eliminare i politici che non avevano rispettato i patti (vedi Lima) e contrapporsi allo Stato con "la politica delle stragi" per poi "puntare" sul movimento Sicilia Libera e poi su alcuni nomi da far convergere nel Centro destra.

"Riina considera Marcello Dell'Utri una persona seria che ha mantenuto la parola data. A fine 1993 Marcello Dell'Utri si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa nostra, ovvero stop alle bombe in cambio di norme per l'attenuazione del regime carcerario. Ciò è avvenuto quando un nuovo governo si era appena formato, nel marzo del 1994, con la nomina di Silvio Berlusconi alla carica di presidente del Consiglio".

Ecco allora i contatti e gli incontri, a fine '93, tra Marcello Dell'Utri, oramai non più solo un manager ma un uomo pubblico e organizzatore del partito che vincerà le elezioni nel marzo 1994, e Vittorio Mangano, ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Porta nuova. 

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Tina Montinaro, vedova di uno dei poliziotti assassinati nell'attenato di Capaci costato la vita al giudice Giovanni Falcone il 23 maggio 1992, davanti ai resti della Fiat 'Croma' in cui viaggiavano gli agenti della scorta. FOTO ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Trattativa Stato Mafia, il ruolo dei Carabinieri dei Ros

Nella sempre presente logica dell'omertà di Stato alla fine del giugno 1992 l'elenco di richieste provenienti dal boss Salvatore Riina attraverso l'ex sindaco mafioso, Vito Ciancimino, fu consegnato ai vertici del Ros.

"Il Ros dei carabinieri coltivò il sostegno politico alla trattativa 'politica' - sostengono i magistrati - Il Ros in quel momento (in piena stagione delle stragi del 1992) non stava compiendo normale attivita' investigativa, ma stava intrattenendo una "trattativa "politica" e cercava quindi sponde di tipo politico e la cerca in primis al ministro della giustizia". 

Tra le richieste anche la possibilità di estendere ai mafiosi i benefici previsti per i dissociati delle Brigate Rosse. Ma le richieste vengono giudicate troppo "esose" e l'attenzione dei carabinieri si orienta verso Provenzano.

"Provenzano sapeva che Ciancimino stava parlando con i carabinieri e i carabinieri sapevano che il referente diretto di Ciancimino era Provenzano. Di fatto - argomenta l'accusa - dopo la strage di via D'Amelio, il dialogo Ciancimino-carabinieri ha anche un altro obiettivo: la cattura di Riina, per togliere di mezzo quel terminale troppo scomodo, che pretendeva tutto".

La trattativa insomma proseguiva tra carabinieri del Ros e Provenzano (con il tramite di Vito Ciancimino) e Riina sarebbe stato "venduto".

"L'arresto di Riina e la mancata perquisizione del covo di via Bernini sono il frutto di un compromesso vergognoso, noto solo a poche persone tra cui Mori, De Donno e Subranni".

Per cui la trattativa prosegue ma viene individuato Provenzano come interlocutore privilegiato. 

La falsa testimonianza di Nicola Mancino si inserisce in questo contesto:  Mancino avrebbe sempre sostenuto di non avere mai ricevuto lamentele da Claudio Martelli (il guardasigilli nel 1992) a proposito degli incontri tra il Ros dei carabinieri e Vito Ciancimino. 

"Fino al 2010 Mancino non aveva nessun ricordo sull'incontro con il giudice Borsellino". Poi "cambia versione" anche su altri fronti dichiarando di essere stato "costantemente aggiornato" su tutte le vicende che "in precedenza aveva detto di non ricordare". Claudio Martelli aveva confermato di essersi lamentato con Mancino dopo avere appreso - siamo nel luglio 1992 - da Liliana Ferraro di avere ricevuto la visita del capitano De Donno che chiedeva copertura politica per gli incontri avviati con Vito Ciancimino.

Leggi anche: "Per Totò Riina Berlusconi era inaffidabile e Dell'Utri una persona seria"

L'accusa di Di Matteo: "Magistrati lasciati soli"

La requisitoria finale segna anche la fine dell'impegno a Palermo per Di Matteo trasferito alla Direzione nazionale antimafia. "Nessuno ci ha difeso". Recentemente era stato Vittorio Sgarbi, assessore regionale ai Beni culturali di fresca nomina, a parlare di "pm eversivi" durante la presentazione nella Sala Mattarella dell'Ars del docufilm su Mario Mori.

falcone borsellino

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