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Mercoledì, 1 Febbraio 2023
Cronaca

Tra soldati morti e bambini malformati: l'uranio impoverito continua ad uccidere nel silenzio

7678 soldati ammalati, 340 morti per l'esposizione all'uranio impoverito senza precauzioni durante le missioni di pace all'estero. Reticenze dello Stato, quattro Commissioni parlamentari d'inchiesta, famiglie senza giustizia. Ma il "nemico uranio" è anche in casa nostra, per esempio nelle zone inquinate dalle esercitazioni militari nei poligoni della Sardegna: "181 morti sospette registrate, nascono bambini con due teste e senza braccia". Abbiamo intervistato Mary Tagliazucchi, autrice del libro-inchiesta "Militari all'uranio"

L'uranio impoverito è lo scarto del procedimento di arricchimento dell'uranio, un materiale radioattivo contenuto all'interno delle munizioni della Nato. Impiegato come "arma non convenzionale" in alcune missioni all'estero, è stato utilizzato nei Balcani e i nostri soldati lo hanno respirato. Alcuni di essi sono morti. Altri, ancora oggi, non smettono di ammalarsi e morire. Tanti hanno fatto causa allo Stato italiano che - è l'urlo di dolore dei familiari - "li ha lasciati morire tra atroci sofferenze, spesso senza rimborsi".

Se la patologia non rientra nelle cause di servizio, il ministero della Difesa non può pagare ciò che è collaterale alle cure. Spesso, anzi quasi sempre, i tempi della giustizia si dilatano. Una beffa per chi è rimasto vittima di quella lunga serie di malattie oggi passate alla storia come "sindrome dei Balcani", per lo più linfomi di Hodgkin e altre forme di cancro.

Da quando l’uranio impoverito ha fatto la sua comparsa nelle cronache italiane, si è detto e (soprattutto) non detto di tutto. In un coraggioso libro d'inchiesta ("Militari all'uranio", edizioni David and Matthaus) la giornalista Mary Tagliazucchi e Domenico Leggiero - coautore, ex pilota militare e coordinatore dell’Osservatorio Militare - cercano di spiegare cosa vi sia davvero dietro questo "mostro" chiamato uranio impoverito, raccontando non solo le tragiche storie, vicende e ingiustizie subìte dai militari ma anche alcuni importanti retroscena politici che, di fatto, hanno contribuito ad allungare i tempi di questo "conflitto" che non sembra conoscere fine. Abbiamo intervistato l'autrice.

Sarajevo 1999, i militari italiani durante la missione Nato in Bosnia

Da dove nasce l'esigenza di fare chiarezza sugli effetti che l’uranio impoverito ha avuto sui militari italiani impegnati nelle missioni di pace all'estero?

Da una coscienza civica verso chi è stato lasciato solo per troppo tempo: i militari e  le loro famiglie. Ma anche e soprattutto per squarciare quell’inspiegabile e impenetrabile muro di omertà che ha trasformato questo caso in una specie di  “guerra silenziosa” fra chi tace e omette la verità, e chi invece la grida a gran voce per avere finalmente giustizia.

I numeri: di quanti soldati malati e quante vittime parliamo?

La lista delle vittime della “Sindrome dei Balcani”, o da Deplete Uranium, è purtroppo in continua crescita. Basti pensare che dal momento in cui ho iniziato a scrivere il libro-inchiesta,  “Militari all’uranio”, insieme a Domenico Leggiero, fino ad oggi, i militari morti risultavano essere inizialmente 333. Ora siamo arrivati a 340 soldati deceduti. L’ultimo è stato Claudio Caboni: l’ufficiale di Alghero specialista nell’aviazione e uno dei massimi esperti di velivoli, appartenente alla Brigata Sassari con alle spalle oltre 20 missioni all’estero, a soli 59 anni ha lasciato moglie e figlia stremato da un cancro linfatico dovuto all’esposizione all’uranio impoverito. Naturalmente tutto verificato dalle analisi svolte da Caboni e che attestavano l’avvenuta contaminazione avvenuta durante le sue missioni all’estero. Ma nonostante questo anche lui non ha fatto in tempo a farsi riconoscere il giusto indennizzo per il suo grave stato di salute. I militari ammalati invece risultano essere 7678. 

In che modo la giustizia italiana ha affrontato questi casi?

militari uranio libro-2Far ottenere giustizia a questi ragazzi, che inconsapevolmente andavano al fronte senza le dovute precauzioni, come immaginerete è cosa molto difficile. Ma grazie all’Osservatorio Militare capitanato dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, insieme al coordinatore Domenico Leggiero, ex pilota militare, ispettore agli armamenti C.F.E e consulente dell’attuale Commissione parlamentare d’inchiesta sull’utilizzo dell’uranio impoverito, da quel lontano 1997 da quando si sono incontrati e decisi di aiutare e sostenere le vittime, molte cose si sono ottenute. Domenico Leggiero, coautore con me del libro, insieme a Tartaglia ha intrapreso molte battaglie a difesa della categoria. I primi furono i reduci della Guerra del Golfo, poi arrivarono segnalazioni anche da parte dei militari che avevano prestato servizio in Bosnia. La prima vittoria giuridica è stata quella del 3 novembre 2012, quando il Tribunale civile di Roma stabilì, con una sentenza, che a uccidere Andrea Antonaci (militare che aveva prestato servizio in Bosnia), era stato l’uranio impoverito. Motivo per cui il Ministero della Difesa fu condannato a pagare quasi un milione di euro ai familiari, perché finalmente era stato stabilito il nesso causale fra la patologia contratta dal ragazzo (un linfoma di Hodgkin) e l’esposizione all’U235.

Il ruolo dello Stato nella vicenda, inteso sia come mondo politico che militare: è corretto dire che c'è stata una condotta generale omertosa e reticente? Come sono state trattate famiglie dei militari malati o vittime della cosiddetta "sindrome dei Balcani"?

Più che corretto, direi che è la nuda e cruda verità. Oltre le lungaggini burocratiche, che sono ormai una cattiva e consolidata consuetudine in Italia, nel caso della cosiddetta “sindrome dei Balcani” ci sono state non solo omissioni, ma anche depistaggi, ritardi e verità occultate e testardamente negate. Persino le precedenti commissioni d’inchiesta sono state rallentate non solo dalla politica, come è facile pensare, ma anche e soprattutto dalle gerarchie militari. Ora finalmente con quest’ultima commissione d’inchiesta parlamentare, la quarta per l’esattezza, presieduta dall’onorevole Gian Piero Scanu si sono fatti notevoli passi avanti.

La storia che ti ha colpito di più.

Nel libro io e Domenico Leggiero riportiamo più di una storia, proprio perché tutte colpiscono nel profondo. Posso citare quelle di Gianluca Danise e Luciano Cipriani. Il primo è morto due anni fa, nel dicembre del 2015, a soli 43 anni dopo aver prestato ventitré anni di servizio come maresciallo dell’aeronautica militare. Aveva partecipato alle missioni di pace in Kosovo, Afghanistan e Iraq. Era lui il militare di cui in molti parlarono perché per 24 ore consecutive si distinse per il suo impegno e lavoro ricomponendo le salme delle vittime, dei colleghi dilaniati a Nassirya. Ha lasciato una giovanissima moglie e una bimba di soli 2 anni. Anche lui vittima di un’omertà silente che ancora oggi non conosce fine. Gianluca durante la sua malattia aveva creato un diario online dove riportava ogni evento della sua personale battaglia quotidiana. Lì scriveva tutte le sue preoccupazioni, soprattutto quella di lasciare la moglie senza un reddito sicuro, con un mutuo da pagare e una figlia da crescere da sola. Il militare infatti appena scoperto di essere malato, pur essendosi congedato nel marzo del 2015, aspettava di ricevere l’assegno pensionistico che gli spettava. Ma questo non avvenne, nemmeno dopo la sua morte. La storia di Luciano Cipriani, morto a 46 anni un anno fa per un glioblastoma multiforme di IV grado (tumore al cervello), causato sempre dall’esposizione all’uranio impoverito, è altrettanto triste e vergognosa per chi non ha aiutato lui e la sua famiglia che ha dovuto vendere beni di proprietà per provvedere alle sue cure. La disperazione e la solitudine di questi militari che si vedono abbandonati da quello stesso Stato che servivano con orgoglio. Orgoglio e dignità che hanno avuto fino alla loro morte. Molti di loro infatti hanno espresso di essere tumulati con indosso la loro divisa militare. Fino alla fine loro hanno onorato il loro Paese, mentre le istituzioni si dimenticavano di onorare loro.

L'uranio impoverito non è purtroppo solo qualcosa che appartiene al passato. Ci sono rischi simili anche per le missioni all'estero che vedono impegnati i nostri soldati ancora oggi?

Purtroppo no. Ma, grazie a questa quarta commissione parlamentare d’inchiesta, è di ieri la notizia in cui proprio in merito al lavoro fatto in questi ultimi anni è finalmente passato l’emendamento a prima firma Zanin, approvato all’unanimità in Commissione Difesa della Camera, dove si conferma che sarà l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) a vigilare sulla salute dei militari e dei civili inviati dallo Stato in zone particolarmente a rischio. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire visto il modo in cui sono stati trattati e abbandonati i militari purtroppo ormai deceduti, insieme alle difficoltà sostenute dalle loro famiglie. 

Oggi la commissione di inchiesta della Camera sull’uranio impoverito sta cercando di dare nomi e cognomi ai ragazzi nati con evidenti malformazioni da sospetta esposizione a materiale radioattivo: si tratta di persone che vivono nei pressi delle basi militari interforze della Sardegna, per esempio Perdasdefogu e Quirra. Pochi giorni fa è morto il colonnello sardo Claudio Caboni, 59 anni, impegnato in venti missioni all'estero e in esercitazioni in Sardegna. Cosa ne pensi delle inchieste sull'inquinamento nelle zone dei poligoni militari sardi?

Abbiamo il “nemico in casa” e si continua a far finta di nulla. Purtroppo l’economia in quelle zone, è legata a doppia mandata, alle attività militari presenti. Ma fortunatamente grazie non solo alla commissione d’inchiesta che sta ottenendo grandi risultati anche in quelle zone, grazie anche a molti giornalisti come Paolo Carta Aritzu, cronista di punta del quotidiano "L’Unione Sarda", che anche a rischio della sua professione ha documentato e indagato in prima persona su queste zone a rischio non solo per i militari, ma anche per i civili, sono state portate alla luce scomode ma importanti verità. Basti pensare che la percentuale di attività di poligono sull’isola arriva all’80%, anche per quanto riguarda tutte le bombe esplose sul territorio per sperimentazioni belliche, sia da parte dei nostri alleati che dell’esercito italiano. I poligoni tenuti attualmente sotto osservazione dalla commissione d’inchiesta sono in particolare quelli di Salto di Quirra, Capo Frasca, Capo San Lorenzo e Capo Teulada. Sono state 181 le morti sospette registrate. Per non parlare dei danni alle colture e allevamenti. Infatti le tante morti sospette non riguardavano solo i soldati, ma anche le greggi che pascolavano intorno alle basi militari e soprattutto i residenti nelle zone limitrofe. L’inquinamento derivato dalle esercitazioni ha portato a casi di malformazioni gravi anche nei neonati, soprattutto nella zona di Escalaplano. Bambini con due teste o senza braccia. Persino i pastori sardi hanno riscontrato nei loro allevamenti molteplici nascite di ovini con strane malformazioni. Questo non fa che sottolineare come ancora una volta ci sia bisogno di chiarezza, ma soprattutto di coraggio e onestà da parte di chi deve tutelare, non solo i suoi militari, ma anche i cittadini. E’ ora di smetterla di nascondere la testa nella sabbia e prendersi le proprie responsabilità.

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