Utero in affitto, dall'Europa l'ennesimo no: "Per la maternità serve legame biologico"

La Grande Camera della Corte dei diritti umani di Strasburgo ribaltando un pronunciamento del gennaio 2015, ha affermato che una coppia non può riconoscere un figlio come suo in assenza di legame biologico. Il caso sollevato da una coppia italiana

Dopo il Parlamento di Strasburgo e il Consiglio d’Europa, anche la Corte europea dei diritti umani si è espressa contro il ricorso alla maternità surrogata per soddisfare il desiderio di diventare genitori, sottolineando che si diventa mamma e papà non in forza di un progetto e di un desiderio, ma solo "nel caso di un legame biologico o di un’adozione legale".

La sentenza definitiva pronunciata dalla Grande Camera della Corte dei diritti umani di Strasburgo, ribaltando un pronunciamento del gennaio 2015, ha affermato che una coppia non può riconoscere un figlio come suo, se il bimbo è stato generato senza alcun legame biologico con i due aspiranti genitori e grazie ad una madre surrogata. Il caso era relativo ad una coppia molisana che nel 2011 aveva commissionato un figlio ad una donna in Russia, registrato poi come proprio dai coniugi al momento di rientrare in Italia.

I due erano ricorsi in sede europea perché il figlio di 9 mesi era stato sottratto dal tribunale italiano e dato in adozione nel 2013 ad un'altra famiglia. Considerando l'assenza di legame biologico tra il bimbo e la coppia ricorrente, la breve durata della relazione familiare e la precarietà giuridica dei legami parentali, i giudici hanno concluso che non si può parlare di vita familiare, nonostante il progetto genitoriale e la qualità dei legami affettivi.

La coppia di Campobasso aveva stipulato un contratto con una donna russa che per 50.000 euro accettò di farsi impiantare il seme. Nel corso delle indagini tuttavia emerse che in effetti il bimbo non aveva alcun legame genetico con la coppia: per l'inseminazione non era stato usato il seme dell'uomo, dunque la coppia sarebbe stata ingannata dalla clinica russa che eseguì la fecondazione e proprio per questo non esiste alcun legame biologico tra la coppia e il bambino.

La sentenza della Grand Chambre è tuttavia davvero una sentenza storica che condanna definitivamente, ad alto livello europeo, la pratica dell’utero in affitto ribadendo che i bambini non sono merce, ponendo al centro la dignità della donna, e ancora di più la dignità del bambino, che ha il diritto di avere un padre e una madre.

Già in precedenza il Consiglio d’Europa aveva bocciato la proposta di legalizzare negli Stati europei l’utero in affitto, una pratica vietata in Italia dalla Legge 40 ma sempre più spesso si assiste a "viaggi della speranza" da parte di coppie che fanno ricorso alle pratiche all'estero.

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