Il kebab vietato a Vicenza

La crociata dell'assessore contro il cibo etnico in centro. No anche ai fast food e ai negozi di oggetti multiculturali

Nel centro storico di Vicenza sarà vietato il kebab. Ma anche gli oggetti etnici, i mercati dell'usato, le lavanderie, i sexy shop, i centri massaggi. Perché “non somministrano prodotti riconducibili alla tradizione alimentare locale” secondo l'assessore al Commercio Silvio Giovine, candidato di Fratelli d'Italia alle elezioni regionali. 

Niente kebab, siamo vicentini

Fa sapere oggi Repubblica che a giugno Giovine ha abolito la clausola antifascista per l'occupazione di suolo pubblico. Ora, per cambiare volto al centro storico, ha proposto un regolamento le cui linee guida sembrano piuttosto severe:  «È come se fossero state propugnate delle leggi razziali nel commercio», dice al quotidiano Sandro Pupillo, consigliere comunale di centrosinistra. La delibera non è ancora stata approvata in commissione e in consiglio. Ma Vicenza, amministrata dall'avvocato Francesco Rucco, ormai ha deciso. 

«Vado fiero e orgoglioso di questo provvedimento — dice l’assessore Giovine — . Per tutelare l’inestimabile valore del nostro patrimonio Unesco alzeremo la qualità dell’offerta commerciale incidendo sulle nuove aperture, prevediamo sanzioni progressive per chi sgarra». E cosa sarà vietato di preciso? Chincaglieria e bigiotteria di bassa qualità, oggettistica etnica, macellerie e pollerie non italiane. Ma sarà no anche per i supermercati, bar e ristoranti affiliati a grandi catene, fast food e distributori automatici di cibo. Secondo l'assessore le restrizioni serviranno a tutelare il Made in Vicenza. Di fatto tagliano fuori l'offerta e il commercio multiculturale. Come del resto hanno già fatto altri comuni: 

Alcuni esempi: Genova, Verona. Nel 2016 l’allora sindaco di Padova Massimo Bitonci — lo fece anche nel 2009 a Cittadella — portò avanti un crociata contro i kebabbari e il Tar gli diede ragione respingendo il ricorso degli esercenti. Ma nel 2018 il divieto fu cancellato dal consiglio comunale.

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Venezia nel 2017 imitò il modello Bitonci. In principio fu Covo, 4mila abitanti in provincia di Bergamo: nel 2014 la giunta disse no ai negozi che vendevano il tradizionale cibo arabo. Poi venne Capriate San Gervasio, sempre nella bergamasca. Dalla provincia del profondo nord alla Capitale: nel 2013 l’Assemblea capitolina è intervenuta per disciplinare le attività commerciali nella città storica. Ma nulla a che vedere con i veti di Vicenza.

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