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Giovedì, 26 Maggio 2022
Cronaca Bari

Filmato hot in Rete, condannata l'amica ma non chi l'ha diffuso

Una 28enne di Molfetta è stata condannata a risarcire con 80mila euro una coetanea per averla ripresa con il cellulare mentre scambiava effusioni con il fidanzato. Il video è poi finito su internet, dando il via ad una lunga battaglia legale

Una ragazza di Molfetta, in provincia di Bari, è stata condannata dal Tribunale di Trani a risarcire con 80mila euro una sua coetanea, perché colpevole di averla filmata durante un rapporto sessuale con il suo fidanzato, avvenuto in un lido della costa pugliese. Il filmato è finito poi in Rete, in pasto a qualunque pervertito fosse in grado di scaricare un file da un computer. Ma andiamo per gradi. 

L'inizio della vicenda, contorta e delicata, risale al lontano 2006, quando un gruppo di amici decise di riprendere con il cellulare una coppia di coetanei che si stavano scambiando effusioni in una cabina del lido. All'epoca dei fatti, sia la sfortunata protagonista che l'autrice del filmato avevano soltanto 16 anni, ma quella che poteva essere una 'bravata' giovanile si è poi trasformata in una battaglia legale durata più di 10 anni. 

A raccontare in maniera dettagliata la vicenda a Today è Bepi Maralfa, avvocato della coppia di giovani ripresi 'clandestinamente': “I ragazzi si trovavano in un lido di Molfetta, quando la mia assistita decise di appartarsi insieme al fidanzato all'interno di una cabina. Ad un certo punto gli amici della comitiva, che si trovavano nella medesima struttura balneare, decisero di fare una ripresa, effettuata poi materialmente dall'amica della vittima. La giovane (16 anni all'epoca dei fatti) infilò la mano con il cellulare all'interno di una fessura, facendo partire la registrazione, interrotta soltanto quando la coppia si è accorta di una mano che sporgeva all'interno della cabina”.

Il video e l'omertà

Da quel momento, il filmato che prima era soltanto nella memoria del cellulare con cui era stata effettuata la ripresa, finisce prima in altri telefonini e poi sul web: “Quasi nell'immediato, la ragazza autrice del filmato ha girato il file via bluetooth ai suoi amici, con il video che nei giorni successivi è stato caricato sulla piattaforma peer-to-peer Emule, molto utilizzata in quegli anni per scaricare dalla Rete file di diverso genere”. Dopo essere entrato nella 'rete' di Emule, il video si diffonde ovunque, portando il nome della sfortunata protagonista (che per motivi di rispetto della privacy abbiamo deciso di non citare), mentre le persone coinvolte rimangono nel silenzio. “La vicenda è stata poi coperta da un velo di omertà – continua Maralfa – nessuno degli amici che erano lì quella sera ha voluto aprire bocca, temendo il coinvolgimento personale. Non riuscendo a trovare il bandolo della matassa, la ragazza e la sua famiglia si sono rivolti a me, conferendomi il mandato penale per iniziare le indagini”. 

Chi ha diffuso il video?

Dopo qualche giorno dall'inizio delle indagini, la Polizia Postale ha individuato nell'abitazione di un amico della ragazza il computer da cui sarebbe partito il file: “Con l'analisi dell'hard disk è stato scoperto il giorno e l'ora in cui, da quel terminale, è stato caricato in Rete un file video con caratteristiche telematiche simili a quello che si stava cercando, il corpo del reato appunto”. Ma come rivela l'avvocato, il ragazzo responsabile dell'aver condiviso su internet il video è rimasto impunito: “Il giovane è stato processato dal Tribunale per i minori, ma il pm chiese il proscioglimento, perché non era chiaro se l'ampiezza del file video trovato nel pc dell'imputato fosse compatibile con quella del video originale. Una piccola forzatura, a mio modo di vedere, visto che non vi erano altri filmati dello stesso genere che il ragazzo aveva condiviso in quel periodo”.

Il processo all'amica

Mentre chi aveva diffuso il filmato in Rete veniva prosciolto, iniziava il processo contro l'amica della vittima, colei che aveva materialmente filmato l'atto sessuale: “La giovane fu identificata tramite un braccialetto  – spiega l'avvocato –  In primo grado venne condannata, per poi essere assolta dalla Corte d'Appello di Bari, perché si ritenne che non ci fosse l'elemento psicologico del reato, che non avesse il dolo di violare la norma incriminatrice, facendo la ripresa di un atto privato per poi divulgarlo in Rete”.

La condanna in sede civile

Così, mentre il processo penale si concludeva con l'assoluzione dell'amica, andava avanti l'azione civile di risarcimento danni, conclusasi nei giorni scorsi con la sentenza del Tribunale di Trani dopo 7 anni di udienze: “L'autrice del video e la sua famiglia sono stati condannati a risarcire la mia cliente con 80mila euro più interessi e spese legali – ha aggiunto Maralfa - mentre non è successo nulla alle altre persone coinvolte nella vicenda”. 

Il messaggio sociale

Come ribadito dall'avvocato Bepi Maralfa, sono due i 'nodi' chiave che lasciano molto perplessi: “Il primo è che in tutti questi anni non è mai arrivato un segnale di scuse, né da parte dell'autrice del video, né da parte della sua famiglia. Tanto più che le due ragazze erano molto amiche prima che succedesse tutto questo. Loro hanno sempre negato tutto, nonostante le prove fossero evidenti. Un clima di omertà che ha riguardato anche tutti gli altri ragazzi che si trovavano lì quel giorno del 2006. Il secondo aspetto– conclude il legale – è il fatto che, per insufficienza di prove, chi ha messo materialmente in Rete il video sia riuscito a passarla liscia. Un comportamento che, secondo me, ha una gravità superiore a quello di chi ha girato il filmato. Anche perché mentre la ripresa è un'azione che avviene nell'immediato, in cui chi la fa non ha il tempo di metabolizzare il proprio comportamento, chi invece ha avuto il tempo di guardare un video dal contenuto così delicato per poi metterlo in Rete, commette una condotta, a mio avviso, ancor più pesante”. Adesso cosa succederà? Alla luce di quello che ha detto il giudice civile nella sentenza di condanna, potrebbe aprirsi uno spiraglio per una revisione del processo penale. La battaglia potrebbe non essere finita.

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