Sabato, 27 Febbraio 2021
Roma

Emanuele e Vincenzo Orefice: chi sono i due pugili accusati di aver pestato un ragazzo fino a fargli perdere un occhio

L'accusa nei loro confronti è lesioni personali gravissime. "Se li guardavi loro ti imbruttivano. Cercavano sempre il pretesto per accendere la miccia, una volta ho rischiato anche io". "Tutti sapevano chi era lui e chi erano gli altri", dicono di loro

Emanuele Orefice, classe 1987, il fratello Vincenzo Orefice, classe 1998, entrambi residenti a Ladispoli e Maximiliano Sebastian Paolella, nato in Argentina, classe 1987, sono stati arrestati nei giorni scorsi in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip di Civitavecchia su richiesta della Procura della Repubblica. L'accusa nei loro confronti è di lesioni personali gravissime: avrebbero pestato un ragazzo fino a fargli perdere un occhio. 

Emanuele e Vincenzo Orefice: chi sono i due pugili accusati di aver pestato un ragazzo fino a fargli perdere un occhio

È stata denunciata per violenza privata anche la sorella dei pugili che avrebbe partecipato all'aggressione bloccando la fidanzata della vittima, che era "colpevole" di non averli invitati alla sua festa di fidanzamento. La sera dell'aggressione il 28enne era con la fidanzata, che si era incontrata con la sorella dei due pugili. Sarebbe stata proprio lei ad avvisarli di essere in compagnia della vittima. Ricevuta la telefonata, i due picchiatori accompagnati dal cognato hanno raggiunto il 28enne e hanno iniziato a massacrarlo fino a lasciarlo esanime a terra. Quando la pioggia di calci e pugni sembrava terminata, la fidanzata del giovane ha potuto aiutare il 28enne ma a quel punto i 3 hanno ripreso a picchiare il giovane con pugni al volto, proprio mentre cercava di salire in auto per fuggire. 

Ma, secondo quanto racconta oggi Il Messaggero, non si tratterebbe della prima "impresa" di Emanuele e Vincenzo Orefice. Il primo di mestiere fa il netturbino nell'azienda che gestisce il servizio a Ladispoli ma chi conosce i due fratelli li dipinge come i fratelli Bianchi, accusati dell'omicidio di Willy Monteiro: "Se li guardavi loro ti imbruttivano. Cercavano sempre il pretesto per accendere la miccia, una volta ho rischiato anche io". "Tutti sapevano chi era lui e chi erano gli altri", si scriveva invece nei commenti su Facebook il giorno dopo che la notizia è diventata pubblica. 

Il rapinatore di 17 anni morto in uno scontro a fuoco con la polizia a Napoli

I pugili di Ladispoli che hanno picchiato un ragazzo a Civitavecchia

Vincenzo, il fratello più piccolo che nell'interrogatorio di garanzia di ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere, ha invece 22 anni ed ha lavorato come buttafuori in uno stabilimento: "Lui è più addentrato in questa disciplina delle arti marziali – racconta sempre al quotidiano un amico del 28enne – è salito di livello ed è allenato a Roma da un maestro importante a livello nazionale. Forse più calmo del fratello che invece si allenava a Ladispoli in varie palestre. Ogni miccia era un’occasione per fare casino".

Lui e la vittima si erano conosciuti in un torneo di boxe. Ieri Repubblica ha raccontato che i profili dei due sono stati subissati di critiche e insulti prima dell'oscuramento da parte di un parente: "Gente come questo imbecille, i suoi compagni, fratello sorella compresi dovrebbero venire sterilizzati, fate parte di una società di m...", scriveva un altro utente.

"Però siete bravi e vi accomuna la tecnica dei fratelli Bianchi, siete dei vigliacchi d’eccellenza che se la prendono con chi è ovvio piu debole di voi, che vi sentite forti solo perché indossate i guantoni infangandoli. Siete la parte squallida della società fallita che vi ha creato, e siete appoggiati da istruttori e insegnanti che non sanno fare bene il loro lavoro, limitandosi a farvi da sparing. La vostra indole di falliti emerge come emergono ora le vostre amicizie che fanno più schifo di voi. Qui non c’è il morto, spero vivamente che quel ragazzo che ha perso l’occhio negli anni si vendichi, facendovi passare le pene dell’ inferno, condannati ad avere paura di sicure di casa".

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