Martedì, 26 Gennaio 2021
Sassari

Vincenzo Unali: l'uomo condannato all'ergastolo per aver ucciso il giovane che corteggiava la figlia

Ha sempre proclamato la propria innocenza, ma ora la sentenza di primo grado è nero su bianco: carcere a vita. L'omicidio di Alessio Ara quattro anni fa a Ittireddu

foto repertorio

Non voleva che avesse una relazione con la figlia, già sentimentalmente legata ad un altro ragazzo con la cui famiglia il padre era in affari, e dopo diverse minacce un giorno di quattro anni fa ha imbracciato il fucile e gli ha sparato uccidendolo sull'uscio di casa. Per questo motivo la Corte di Assise di Sassari ha condannato all'ergastolo un allevatore di 60 anni, Vincenzo Unali, che nel centro di Ittireddu, piccolo paese del Sassarese, pose fine alla vita di un operaio di 37 anni, Alessio Ara, di Mores. 

Vincenzo Unali condannato all'ergastolo

Nel corso degli anni brutte storie di faide di paese sono entrate lateralmente nel processo, senza riscontri però. Vincenzo Unali in tribunale a Sassari in passato era ritornato su una circostanza emersa più volte durante le indagini. Unali sosteneva che Ara era amico fraterno di Giampietro Argiolas, freddato con due colpi di fucile alla fine del 2015 a Noragugume. Unali cercava così di indicare agli inquirenti altre piste per l'omicidio di Ara, a partire dalla faida che aveva insanguinato Noragugume.

La faida di Noragugume era iniziata vent'anni fa. Nel piccolo comune, composto da poco più di 300 abitanti, tra il 1998 ed il 2000 ci furono otto omicidi, uno ogni tre mesi, e due tentati omicidi. Non ci fu famiglia che non venne anche soltanto marginalmente toccata. La pista di un qualsiasi legame tra l'omicidio di Alessio Ara e e fatti - più o meno recenti - riferibili alla faida di Noragugume è stata però presto abbandonata dagli inquirenti. Non è mai venuto fuori nulla di concreto.

Ha sempre proclamato la propria innocenza

Unali si è a lungo difeso sostenendo di essere estraneo all'omicidio e di avere un alibi per la sera del delitto, affermando che si trovava a Mores, a casa sua, con la famiglia. Ma una traccia di Dna dell'imputato, isolata su un'estremità del pantalone di una tuta utilizzata per avvolgere l'arma del delitto (l'indumento era stato perso dall'assassino durante la fuga), è stato decisivo. La difesa ha sempre ribadito l’innocenza dell’imputato, indicando come insufficienti le prove presentate dall’accusa. La sentenza di primo grado ora è nero su bianco: carcere a vita.

La Corte, presieduta dal giudice Massimo Zaniboni, ha emesso la sentenza lunedì, accogliendo in toto le richieste del pm Giovanni Porcheddu e degli avvocati di parte civile, Ivan Golme e Luigi Esposito. Riconosciuta anche una provvisionale di 200mila euro alla madre della vittima, Grazietta Pittalis, e di 130mila euro al fratello, Gian Salvatore Ara. L'imputato ha sempre proclamato la propria innocenza, e ci sono altri due gradi di giudizio: era stato arrestato otto mesi dopo il delitto dopo indagini molto complesse, fatte di intercettazioni, pedinamenti e accertamenti biologici. 

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