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Domenica, 23 Gennaio 2022
Cultura

Paolo Borzacchiello, il politicamente corretto e il diavolo per capello

Intervista a Paolo Borzacchiello, in libreria con "Basta dirlo": "Stanno realmente tentando di creare una neo lingua e realmente esiste una sorta di polizia del pensiero, che possiamo identificare con l'algoritmo che governa i social"

Paolo Borzacchiello è scrittore, consulente e imprenditore italiano; è impegnato da 15 anni nello studio delle interazioni umane e in particolar modo nell’uso corretto del linguaggio, che divulga tramite i suoi manuali. E' fra i massimi esperti di intelligenza linguistica applicata al business. L'abbiamo intervistato a Milano, in occasione, qualche giorno fa, dell'uscita del suo ultimo libro.

Il tuo ultimo libro si intitola "Basta dirlo". Come nelle tue altre opere, il tema centrale sono le parole. Secondo te in questo momento storico perché si percepisce, ne è una conferma il successo che stai avendo, un grande bisogno delle parole e dell'uso corretto di esse?

"Uno dei motivi è il clima che ormai da oltre due anni stiamo vivendo: paura, incertezza, senso di impotenza di fronte agli eventi. Quello che spiego nel libro e che incontra il consenso di così tante persone è che attraverso un uso diverso del linguaggio è concretamente possibile stare meglio, visto che le nostre emozioni sono anche il risultato delle storie che usiamo per raccontare quel che ci capita. A ciò aggiungiamo che, giorno dopo giorno, le parole che ci permettono di usare sono sempre meno... mentre il mio motto è "più parole hai, più libero sei".

Perché "Basta dirlo"? Qual è il significato di questo titolo?

"Duplice, ma che parte dal medesimo presupposto oggettivo e scientificamente verificato: le parole "fanno cose", ovvero contribuiscono a determinare la produzione di determinate sostanze nel corpo umano, ormoni e neurotrasmettitori. Quindi, basta dirlo nel senso che a volte basta dire le cose in modo diverso per stare e fare stare in modo diverso. E poi, basta dirlo! ovvero: basta dire certe cose: cambiare linguaggio, in questo senso, è alla portata di tutti".

Oltre a quest'ultimo libro hai contribuito, recentemente, alla riedizione di due opere famosissime di Orwell, "La fattoria degli animali" e "1984" scrivendone il commento iniziale. Come può correlarsi lo studio delle parole con delle opere di questo tipo e come si collega all'attualità?

"1984 in particolare era un romanzo distopico, ora è un libro di cronaca: stanno realmente tentando di creare una neo lingua e realmente esiste una sorta di polizia del pensiero, che possiamo identificare con l'algoritmo che governa i social: se usi parole sbagliate o che lui interpreta come negativo, sei fuori dal sistema. Quanto alla fattoria degli animali, si tratta di un lavoro che può essere analizzato da molteplici punti di vista. Dal punto di vista linguistico, è affascinante osservare come il maiale Napoleon cambi le regole del gioco riscrivendo via via le parole che ha usato per fare la sua campagna elettorale e, di conseguenza, riscrivendo letteralmente il passato... proprio come succede al nostro cervello: se cambiamo le parole con le quali ci raccontiamo il nostro passato, cambiamo anche il ricordo che ne abbiamo".

La realtà distopica descritta nella "fattoria degli animali" è così lontana da noi secondo te?

"Direi che la connessione con la cronaca è lampante: ci sono questi animali che vogliono fare una rivoluzione contro la classe dirigente, gli umani, e poi appena prendono il potere iniziano a fare esattamente le stesse cose... rimangiandosi una a una tutte le loro promesse. Sembra fin troppo semplice fare collegamenti... ".

Puoi descrivere un esempio rilevante nel quale questa realtà si sta realizzando nel presente? 

"Come dicevo, pensiamo alla neo lingua: ogni giorno, pensiamo al caso delle linee guida promosse e poi ritirate dalla comunità europea in questi giorni, abbiamo indicazioni su cosa è possibile dire e cosa no, su quali parole possono essere usate e su quali no... insomma, la connessione è abbastanza chiara. Anche se le intenzioni di alcune istituzioni sono buone e lodevoli, togliere le parole mi fa sempre venire i brividi. Quanto al reo pensiero, è evidente: se non ti adegui agli hastag del momento, diventi brutto e cattivo e sei escluso dai giochi. E la polizia del pensiero? In Orwell, chi ti denuncia è il tuo vicino di casa o addirittura tuo figlio, ed è esattamente così anche ora: basta scrivere un post sbagliato e scattano le shitstorm... ".

Fai spesso riferimento al concetto della "Neolingua". Perché?

"Perché la lingua cambia, ed è giusto che sia così: la lingua è viva, si evolve e si adegua. Ma dovrebbe essere un processo naturale, bottom - up, ovvero dal basso verso l'alto: le persone parlano e iniziano a usare nuove parole... e il sistema linguistico le integra, cambia e si evolve. Stiamo invece procedendo in senso top - down, ovvero dall'alto verso il basso: il sistema decide come dobbiamo parlare, come dobbiamo cambiare il linguaggio, e noi dobbiamo, o dovremmo, adeguarci".

Tu stesso sei stato "eliminato" temporaneamente dai social qualche tempo fa. Pensi che a volte si esageri con la censura e con l'allineamento ad un pensiero unico e ad un uso "politicamente corretto" delle parole? 

"Sono assolutamente sicuro di questo. Pensiero unico e eccesso di politicamente corretto stanno schiacciando il pensiero critico e appiattendo il dialogo: per non scontentare qualcuno, teoricamente non dovremmo più parlare. Arriverà un giorno in cui non potrò più dire di "avere un diavolo per capello" perché i calvi si offenderanno".

Infine, per concludere la nostra breve intervista, al di là di ogni censura o controllo sulle parole delle persone, com'è possibile educare ognuno di noi ad avere un utilizzo corretto di esse per contribuire al benessere della società?

"Leggendo voci fuori dal coro, studiando il modo in cui funziona il cervello, lavorando sulla nostra ricchezza di vocabolario, perché se noi sappiamo come funzionano le cose, possiamo farle funzionare meglio". 

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