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Giovedì, 23 Maggio 2024

Claudio Pizzigallo

Giornalista

Sulla Venere di Santanché stiamo guardando il dito invece della luna

Ci risiamo. Come ai tempi del famigerato "very bello" di Franceschini, anche la Venere influencer protagonista della nuova campagna di ENIT finanziata dal ministero del Turismo di Daniela Santanchè ha scatenato la tempesta perfetta di battute, polemiche, indignazione e di "il mio falegname con 30 mila lire lo faceva meglio" (cit.).

E per carità, va bene (ed è vero) tutto, basta essere consapevoli che - come nel classico detto orientale - stiamo guardando il dito e non la luna che il dito indica. Perché è facile, facilissimo, criticare questa campagna promozionale da 9 milioni di euro che vede come protagonista una versione attualizzata della Venere di Botticelli che fa da influencer per le bellezze nostrane.

Più difficile è mettere a fuoco quelli che non da oggi e nemmeno da ieri sono i veri problemi del turismo italiano. Che, innanzitutto, hanno a che fare con un'industria che - come denunciano le numerose inchieste di Today - è piena di storture che i lavoratori devono subire, tra stipendi da fame, pagamenti in nero, condizioni lavorative impossibili eccetera eccetera.

Ma facciamo pure finta, per assurdo, che cuochi, camerieri, bagnini, guide, autisti e tutti i lavoratori che hanno a che fare con i turisti da domani verranno pagati il giusto. I problemi dell'industria turistica si limiterebbero a una campagna ENIT da 9 milioni? No, purtroppo no. E allora, proviamo a fare gli avvocati del diavolo, anzi della Venere, per poi cercare di individuare quali sono i limiti che questo comparto così prezioso per l'economia italiana non riesce a superare.

Perché la Venere influencer non è poi così male

Sì, l'influencer virtuale sui social è una roba che fa un po' 2018: nel senso che non è un'idea nuovissima, per quanto come sottolineato dalla ministra Santanchè si tratti di un debutto assoluto per il turismo nazionale. 

Ma è davvero così scandalosa? Secondo noi no. Anzi, diciamocela tutta: molto meglio la Venere in bici vestita da postina di Maria De Filippi che non quella proposta da qualche intelligenza artificiale. Per il semplice fatto che - guardate voi stessi - la prima è chiaramente una riproduzione della celeberrima Venere botticelliana, la seconda è "solo" una dea della bellezza qualunque, che non rimanda in alcun modo a quella dell'artista rinascimentale.

La campagna di Enit e una Venere realizzata con Midjourney-2

Anche tra "Open to Meraviglia" - lo slogan ufficiale - e "Italy #InfiniteWonder" - quello proposto da un'altra intelligenza artificiale - sinceramente preferiamo quello originale. Perché #infinitewonder è un hashtag generico, usato e abusato da milioni di persone per qualunque tramonto mozzafiato o vista spettacolare in tutto il mondo. 

"Open to Meraviglia", invece, è più originale. E, come pensavamo già all'epoca di "very bello", può essere efficace proprio per quell'idea di unire una parola italiana a una (o due) nella lingua universale, l'inglese. Dà proprio l'idea di un turista che "fa sue" alcune parole nella nostra lingua e le inserisce in una frase detta nella propria lingua.

Come del resto facciamo noi ogni giorno quando usiamo qualche termine inglese, almeno finché ci è permesso. Semmai, appunto, fa sorridere che questo mix di italiano e inglese arrivi da un governo che vuole multare fino a 10.000 euro chi usa vocaboli anglofoni a sproposito nei documenti della pubblica amministrazione.

E fa ridere, ma molto più amaramente, anche il fatto che il governo dei porti chiusi agli immigrati (almeno in campagna elettorale) abbia scelto come slogan un concetto legato all'apertura, con tanto di tricolore piegato proprio in segno di accoglienza. Come a dire "open to turisti coi soldi, close to poveracci che scappano da guerre e malattie".

Ma in sé non ci sentiamo troppo di criticare la campagna creata dall'agenzia di Armando Testa (poi, se qualcuno è davvero convinto che in dieci secondi con un AI fa meglio della più importante agenzia pubblicitaria d'Italia, ci dispiace per quel qualcuno ma forse si sbaglia). Anche perché - se proprio vogliamo fare polemica sullo stato del turismo italiano - di spunti veri non ne mancano.

I veri problemi del turismo italiano

Andando oltre la già denunciata situazione di milioni di lavoratori in questo settore, il turismo italiano ha un problema molto serio di cui nessuno parla, o almeno nessuno fuori dai soliti giri professionali. Ed è il fatto che un ministero del turismo più che queste campagne, discutibili quanto si vuole, non può fare granché.

Perché la presidente Meloni forse voleva dare un segnale di importanza staccando il ministero del turismo da quello della Cultura o dell'Agricoltura, come è stato fatto negli anni scorsi con Franceschini e Centinaio. Ma "forse non tutti sanno che" il portafogli pubblico in questo settore è in mano alle Regioni, più che allo Stato.

Sì perché dal referendum costituzionale del 2001, che ha riformato il Titolo V della Costituzione, sono le Regioni ad avere primaria competenza (e fondi) sul turismo. Il che vuol dire che lo Stato può fare poco, se non provare a raccordare la comunicazione delle regioni e quindi fare campagne promozionali come queste.

Come sa chiunque si occupi di turismo e marketing territoriale, è questo uno dei più grossi limiti della comunicazione turistica del nostro Paese, che va alle fiere di settore internazionali con venti regioni che si fanno concorrenza - nel migliore dei casi - o si ostacolano a vicenda - nel peggiore. 

Ma gli stranieri - è bene sottolinearlo e ribadirlo: le campagne di ENIT hanno come destinatari i potenziali turisti dall'estero, non noi stessi, quindi è inutile giudicarle coi nostri occhi - vogliono conoscere soprattutto l'Italia, non il Piemonte o il Molise. Certo, sono poco "raffinati", e sono capaci di mangiare una pizza a Como invece di gustarla solo a Napoli. 

Hanno, cioè, conoscenze approssimative del nostro Paese, ma per caso quando andiamo in Spagna mangiamo la paella solo se siamo a Valencia? E siamo in grado di cogliere le profonde differenze tra Tokyo e Kyoto? E se andiamo in Brasile non vogliamo fare un giro a Copacabana?

Sì perché il punto è che noi che l'Italia la viviamo ogni giorno ne cogliamo miliardi di sfumature e differenza, ma per il target (scusate, l'obiettivo) di questa campagna non c'è problema se Venere mangia la pizza a Como con un limone e un grappolo d'uva sul tavolo. Gli stereotipi, entro un certo limite, sono utili a comunicare la nostra bellezza a chi ci conosce poco, proprio come noi ci affidiamo ai luoghi comuni quando visitiamo (per la prima volta) un altro Paese.

Semmai, il problema di queste campagne è che sono lo strumento perfetto per polemiche politiche pretestuose. Ovvero: tra very bello e open to meraviglia non ci sono grosse differenze, ma a seconda che ci si trovi al governo o all'opposizione le due campagne possono essere "moderne e innovative" o "vecchie e banali". 

Non solo. Forse adesso Santanchè e governo Meloni hanno capito che sarebbe stato meglio se il "referendum Renzi" del 2016 avesse riassegnato allo Stato e non alle Regioni le primarie competenze (e portafogli) sul turismo, ma all'epoca faceva tanto comodo usare il referendum come una leva per far cadere un governo odiato (e del resto la pensavano così anche gli oppositori interni di Renzi).

Magari, se i nostri politici fossero più maturi, la smetterebbero di polemizzare a prescindere quando una proposta arriva dallo schieramento avversario e inizierebbero a discutere nel merito. Ma ovviamente è molto più facile, divertente e appagante criticare qualunque cosa facciano gli altri, salvo poi provare a fare lo stesso quando tocca a noi. Tanto non vogliamo mica risolvere i problemi, no?

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