Quei "no" che aiutano a crescere (figli e genitori)

Educare un figlio significa anche dire dei "no": non bisogna aver paura del conflitto con i figli, ma rimanere aperti e saldi per indicare loro la strada della vita

Foto da Pixabay

Al giorno d’oggi il pensiero comune vede la famiglia come il contesto dell’armonia affettiva, del benessere e della felicità. Questa visione è recente, si è formata nel Novecento ed è stata preceduta da secoli di autoritarismo della figura paterna, di relazioni familiari contrattualistiche, di rigide imposizioni e pochi diversivi nella cura e nell’educazione dei figli. All’indomani di quest’epoca autoritaria, oggi la prospettiva è diventata invece di stampo più materno: c’è grande attenzione alla cura e all’accudimento e il figlio è posto al centro. Come sostiene il formatore e counselor Paolo Ragusa su Uppa, questo atteggiamento però spesso comporta una eccessiva concentrazione sul figlio, che diventa prevalente rispetto al genitore; dal canto suo, il genitore, spesso rinuncia al proprio ruolo educativo per timore di ferire, lasciare danni psicologici o nello sviluppo del figlio ma anche per il timore del conflitto.

Perché non sappiamo dire “no”ai figli

Il timore dei genitori è che dire no comprometta la relazione con i figli. Da che cosa deriva questo timore? Ragusa sostiene che “quell’ansia e quel senso di colpa che proviamo al timore di compromettere un legame così fondamentale attraverso un no, derivano da una matrice infantile che influenza e spesso tiranneggia la nostra competenza conflittuale”. Tra gli esempi classici, la mamma che cede alle richieste del bambino di 4 anni che vuole mangiare l’ennesima caramella, il padre che non riesce a togliere dalle mani lo smarthpone alla figlia di 12 anni, che lo usa ininterrottamente, dimostrano una personale difficoltà nel reggere la propria posizione di adulti che indirizzano, rassicurano, danno regole, influenzano; tutto perché sentono di non reggere gli effetti di queste queste azioni sui figli. Questa sorta di infantilismo impedisce ai genitori di occuparsi dei figli e li costringe a continuare a occuparsi piuttosto di sé, cercando un riscatto e un recupero delle proprie esperienze infantili (dei no ricevuti durante l’infanzia).

Dire “no” genera solitudine

Lamentele, richieste continue, capricci, tensioni, grida sono difficili da sopportare per chiunque. Ma infondo, oltre a questo, come sostiene il formatore, la vera fatica del dire “no” è quella di sperimentare la solitudine. “Le relazioni conflittuali implicano un elemento di separazione, di alterità e distanza, inevitabile conseguenza della fine dell’illusione che sia possibile realizzare un’unità fusionale non conflittuale. [...] Dire no significa allora entrare in contatto, riconoscere che oltre a noi esiste anche l’altro. Ma il no è anche conflittuale: sostiene il rapporto e ne accetta le complicazioni, non rinunciandovi neanche in caso di contrasto”.

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Chiaramente i no che un genitore deve dire non sono arbitrari, estemporanei, punitivi: sono frutto di un progetto educativo chiaro e condiviso al massimo tra i genitori, sono i no che ci consentono di dare ai nostri figli un’informazione precisa: “No, non è il momento …”, “No, questo non puoi farlo …”, ma mantenendo la relazione, in una prospettiva di apertura e di ascolto. Se il risultato è la conflittualità, allora significa che i genitori stanno facendo la cosa giusta. C’è un modo e un tempo per i “no” da dire ai figli (senza dimenticare che ci sono anche i tanti “sì” espliciti o impliciti), in base all’età e al contesto, ma quello che deve restare chiaro è che i genitori non sono, non devono essere sullo stesso piano dei figli, ma devono avere il coraggio di prendere in mano la loro genitorialità ed esercitarla come guide, fondamento e argini nella crescita dei propri figli.

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