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Mercoledì, 5 Ottobre 2022

Siamo più Mahsa che Elisabetta, ed è per questo che di lei ce ne dimenticheremo troppo presto

Nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare (e scrivere) sulla scelta della Disney di ridisegnare la sirenetta in versione con la pelle scura. Non che manchino esempi di protagoniste e protagonisti non bianchi nella cinematografia e nemmeno nella storia delle fiabe, ma la scelta è stata fatta probabilmente nella chiave della rappresentatività. O almeno a me piace pensare che sia così, cioè che si sia andati oltre al politically correct a tutti i costi. E se così è, cioè che siamo di fronte a un tentativo di far sentire coinvolte quante più donne possibili attraverso un personaggio inventato, c’è da riflettere a fondo su quale sia il modello femminile che la società reale nel suo complesso consideri maggiormente rappresentativo. Occhio, stiamo per fare un doppio carpiato all’indietro.

La regina Elisabetta II (nata Elizabeth Alexandra Mary) è morta l’8 settembre scorso: per i suoi funerali si stima si siano messe davanti ad uno schermo circa 3 miliardi di persone. Il fatto, d’altronde, è epocale: stiamo parlando della morte di una delle regnanti più longeve di sempre, per omaggiare la quale al suo cospetto non si sono presentati solo i suoi sudditi e le sue suddite, ma anche i principali leader della politica mondiale.

Qualche ora prima e a circa 5200 chilometri di distanza da Londra, nella città iraniana di Saqqez, si sono svolti i funerali di un’altra donna. Una donna fino a due giorni fa sconosciuta e il cui nome, nonostante un improvviso picco di popolarità, tornerà supponiamo molto presto nel cassetto dell’indifferenza.

Ve lo scriviamo qui, nella speranza che almeno per un po’ vi ronzi nella testa. Mahsa Amini. Mahsa Amini aveva 22 anni e lo scorso 16 settembre è stata picchiata a morte dalla “polizia della moralità” mentre si trovava con la famiglia in visita a Teheran. Il motivo pare sia stato una ciocca di capelli che usciva dal velo, indossato quindi scorrettamente per le regole della sharia islamica. Durante i suoi funerali, sia a Saqqez che a Teheran, si sono registrate diverse proteste: molte donne si sono tagliate i capelli e si sono strappate di dosso l’hijab, postando i video sui social e scatenando una forte reazione del governo iraniano. Queste persone ora rischiano moltissimo.

Ho negli occhi queste scene. Da una parte la compostezza di una nazione e di una famiglia, quella reale inglese, che mette in atto un protocollo pronto da anni e studiato fin dei minimi dettagli. Una famiglia che sa di essere sotto l’occhio attento di milioni di persone curiose e giudicanti in tutto il mondo. Una famiglia che, come tutte le altre famiglie, non si è scelta e per genealogia ma non per meriti si è ritrovata a capo di un regno. Dall’altra una società civile che lotta scompostamente perché i suoi diritti non sono rispettati da quello stesso stato che dovrebbe garantirli. Al centro della scena due donne, protagoniste loro malgrado.

Tra Elisabetta II e Masha Amini c’è un intero mondo. Eppure, per qualche ora la loro morte è diventata estremamente significativa a livello internazionale. Ma se della morte della Regina Elisabetta si leggerà nei libri di storia, sappiamo già che di Masha Amini ce ne dimenticheremo presto, in un perfetto ed eclatante esempio di incoerenza rappresentativa. Se dobbiamo buttare lì un’ipotesi, infatti, al mondo sono molte di più le Mahsa che le Elisabetta II. Sono molte di più le donne che vedono quotidianamente calpestati i loro diritti. Sono molte di più le donne che non hanno voce. Sono molte di più le suddite che le regine. A renderle più vicine c’è solo il fatto che nessuna delle due ha scelto davvero cosa essere in vita perché nemmeno di Elizabeth Alexandra Mary ci ricorderemo, ma sentiremo parlare sempre e solo di Elisabetta II. 

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