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Sabato, 22 Gennaio 2022
Il caso della molestia in diretta tv alla giornalista

Qual è il vero problema del caso Greta Beccaglia

“Non puoi farlo”. La giornalista Greta Beccaglia, professionista di 27 anni, è riuscita a dire solo questo dopo che, in diretta tv e con un atteggiamento fiero e risoluto, un tifoso appena uscito dallo stadio Castellani di Empoli si è sputato su una mano e poi le ha dato uno schiaffo sul fondoschiena mentre il conduttore di Toscana Tv in studio la invitava a “non prendersela”, perché d’altronde the show must go on, e Beccaglia doveva fare quello per cui, in un freddo pomeriggio di sabato, si trovava fuori da uno stadio: lavorare.

Di quello che è successo a Beccaglia - che ha promesso di fare denuncia - nelle ultime ore si è parlato tantissimo, messaggi di solidarietà e dichiarazioni di condanna hanno iniziato a piovere sui social, il suo nome è diventato tra i più cercati su Google e trend topic su Twitter. Nel frattempo il molestatore - perché di questo si tratta, badate bene - sarebbe stato rintracciato dai poliziotti del commissariato di Empoli, e la levata di scudi per la giornalista è cresciuta coinvolgendo anche il mondo della politica.

Greta Beccaglia denuncia il tifoso che l'ha molestata: sospeso il conduttore che minimizzava

Quanto successo, però, in realtà non stupisce, perché episodi di questo genere accadono quotidianamente, ed è relativamente da poco tempo che la concezione culturale e sociale di quelle che sino a poco tempo fa venivano viste come “goliardate” è cambiata. Tanto che la reazione a caldo, dallo studio, è stato un invito a “non prendersela”, persino di dire con fare paternalistico (e d’altronde il conduttore per età potrebbe essere suo padre) che “si cresce anche attraverso queste esperienze”. E anche se Giorgio Micheletti ha poi aggiustato il tiro dando più volte degli “ignoranti” ai tifosi e dicendosi “dispiaciuto per i loro genitori”, e Beccaglia lo ha poi difeso giustificandolo perché “non ha capito bene cosa stava succedendo” fa riflettere che la giornalista, che aveva appena subito un abuso in diretta tv, abbia comunque innestato il pilota automatico e si sia sentita in dovere di proseguire, e che nessuno abbia deciso di chiudere il collegamento per darle il tempo di riprendersi.

Beccaglia ha abbozzato un sorriso interdetta - come molte donne si sono ritrovate a fare a caldo in queste situazioni, confuse, umiliate e sotto choc - e ha continuato a parlare a favore di telecamera lanciandosi occhiate intorno ogni volta che percepiva una presenza dietro di lei. Accerchiata da una fiumana di uomini appena usciti da uno stadio, è apparsa pienamente consapevole che niente, neppure una telecamera puntata dritta sui volti, avrebbe potuto proteggerla, e che nulla avrebbe frenato qualcuno deciso a molestarla verbalmente o fisicamente. Centinaia di persone la stavano guardando, altre decine le erano vicine, eppure lei per qualche minuto si è ritrovata sola e indifesa.

Quello che è accaduto dopo è quello che succede, ancora, a moltissime donne (compresa chi scrive): ci si mette in discussione, ci si chiede se si sta esagerando nella reazione, ci si colpevolizza (lei si è chiesta, parole sue, “se aveva sbagliato a mettersi quei jeans attillati"). Spesso sul lavoro si fa buon viso a cattivo gioco, ci si ripromette di reagire in un altro modo la prossima volta (perché è molto probabile che ci sarà, una prossima volta), si rivive quel momento nella mente per giorni immaginando scenari alternativi. La modalità di gestione e concezione di fatti di questo genere è talmente radicata che persino chi li subisce non è certa di come reagire. Ed è da qui che dovrebbe partire il cambiamento per essere davvero tale: nella concezione e nella considerazione. Perché anche oggi, con una copertura social e mediatica che effettivamente qualche anno fa non sarebbe stata di questa portata, resta il fatto che una pacca sul culo, un fischio o un commento sull’aspetto fisico sono considerate “cose che possono succedere”. Quasi inevitabili.

La "notizia", insomma, non c'è: chiedete vis a vis, e saranno tante le persone che, pur condannando il gesto, non si stupiranno per nulla del fatto che sia accaduto. Alle donne spesso succede, "se lo devono aspettare". In campo giornalistico per capire se un fatto merita di essere raccontato, c'è un detto: "Se un cane morde un uomo non c'è notizia, la notizia c'è se l’uomo morde il cane”. Nel caso di Greta Battaglia potremmo dire "se un uomo dà una pacca sul sedere a una donna non è una notizia, se una donna dà una pacca sul sedere a un uomo è una notizia”. E quello che si deve cercare - e si sta cercando - di fare è cambiare la narrazione, così forse la prossima volta che accadrà un fatto simile non ci saranno dubbi su come reagire. Da parte di nessuno.

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